05 – Muhammad Alì: gli USA tra pregiudizi razziali e Vietnam

Arrivata alla quinta puntata, Historycast fa un ritratto di uno dei più straordinari atleti della Storia dello sport di tutti i tempi: Muhammad Alì, alias Cassius Clay. Lo fa ripercorrendo la sua carriera in un’America attraversata dalle lotte contro i pregiudizi razziali, sconvolta dalla tragedia della guerra in Vietnam e oppressa dal crescente peso della televisione. Dall’oro olimpico di Roma alla fiaccola di Atlanta, passando per quello che è unanimemente considerato il più grande incontro di pugilato della Storia: quello contro il grande George Foreman, tenutosi il 30 ottobre 1974 nel ring di Kinshasa, capitale dello Zaire.

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 «Perché dovrebbero chiedermi di indossare un’uniforme e andare 10.000 miglia lontano da casa a far cadere bombe e proiettili sulla gente marrone del Vietnam, mentre i cosiddetti negri, a Louisville, sono trattati come cani e gli sono negati i semplici diritti umani? No, non andrò 10.000 miglia lontano da casa a dare una mano a uccidere e distruggere un’altra nazione povera, semplicemente perché continui il dominio degli schiavisti bianchi sulla gente scura di tutto il mondo. Questo è il giorno in cui diavoli di tal fatta devono sparire. Sono stato avvertito: prendere questa posizione mi potrebbe costare milioni di dollari. Ma l’ho detto una volta e lo ripeterò: il vero nemico del mio popolo è qui.

Non andrò contro la mia religione, contro il mio popolo o me stesso diventando uno strumento per schiavizzare chi sta lottando per avere giustizia, libertà ed uguaglianza. Se pensassi che la guerra porterà libertà ed uguaglianza a 22 milioni di miei simili non avrebbero dovuto arruolarmi: lo avrei fatto io, domani. Non perdo nulla restando fermo sulle mie posizioni. Andrò in prigione: e allora? Siamo stati in catene per 400 anni».

 Corre l’anno 1967 quando questa dichiarazione viene rilasciata da Muhammad Ali, all’anagrafe Cassius Marcellus Clay, nato il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky. Alì è un pugile di fama internazionale che, nonostante la giovane età, può già vantare un formidabile curriculum. Appena diciottenne vince la medaglia d’oro dei mediomassimi alle Olimpiadi di Roma del 1960. Passato professionista inanella una serie di vittorie impressionanti, quasi tutte per K.O., fino a conquistare la corona di campione del mondo dei pesi massimi il 25 febbraio 1964, mettendo al tappeto l’ex galeotto Sonny Liston, a Miami, in un match a dir poco controverso.

L’incontro di rivincita, poi, disputatosi il 25 maggio dell’anno successivo a Lewiston, nel Maine, lo consacra definitivamente come The Greatest, Il più grande. Non sono passati che pochi secondi dal gong della prima ripresa che Alì sferra infatti il colpo del K.O. con un gancio talmente veloce che nessuno riesce a vederlo.

La frase citata è stata scelta tra le tante, celebri che Muhammad Ali pronunciò nella sua lunga e travagliata carriera, perché vi si trovano sparsi quasi tutti gli ingredienti della sua storia e soprattutto perché vi incontriamo le tre chiavi di lettura che rendono interessante la figura di questo grande campione sportivo.

La prima è indubbiamente la questione razziale. La giovinezza di Cassius Clay è segnata, come quella di milioni di altri afro–americani, dalla mancanza dei diritti civili elementari: il voto negato in gran parte degli stati del sud, i posti separati negli autobus, le scuole, i locali e i bagni pubblici distinti. L’ipocrita violenza dell’America WaspWhite Anglo–Saxon Protestant – non nega l’acqua agli assetati, ma se chi ha sete ha la pelle scura allora deve attaccarsi alla sua fontanella, per non sporcare quella dei bianchi.

Entrato a soli 12 anni nel mondo della boxe, grazie al consiglio di un poliziotto, Cassius Clay riversa nell’attività sportiva la sua grande voglia di emergere, di imporsi, di rompere le barriere dell’isolamento razziale. L’oro olimpico, conquistato solo sei anni dopo a Roma, gli dà per un attimo l’illusione di aver conquistato, allo stesso tempo, la piena dignità di cittadino americano. Così, invece, non è. Al ritorno nella città natale la medaglia non serve nemmeno ad aprirgli le porte di un ristorante riservato ai soli bianchi. Vista l’inutilità, la medaglia vola così nel fiume Ohio e Cassius Clay vola nel mondo dell’impegno politico.

È un mondo in pieno fermento. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati definiti, da alcuni studiosi, come quelli della Seconda Guerra Civile Americana. Una guerra che, come tutte, ha le sue vittime, Martin Luther King su tutti. Una guerra che vede, in molti stati, accendersi migliaia di croci avvolte dal fuoco, inquietante e sinistra firma degli incappucciati razzisti del Ku Klux Klan.

«Ho un sogno: che i miei quattro bambini vivano un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per come sono fatti dentro».

Chi non conosce questa frase tratta dal discorso che Martin Luther King pronunciò al Lincoln Memorial di Washington il 28 agosto 1963? Quasi tutti, credo. Ma quanti conoscono le parole di tutt’altra tonalità enunciate da Malcom X nello stesso periodo?

«Vogliamo la libertà con ogni mezzo. Vogliamo la giustizia con ogni mezzo. Vogliamo l’uguaglianza con ogni mezzo. I bianchi possono aiutarci, ma non possono unirsi a noi. Non ci può essere unità tra bianchi e neri, finché non si creerà prima una qualche unità nera».

Com’è noto né Malcom X, né Martin Luther King, vivono abbastanza per vedere realizzati i loro sogni. Entrambi infatti vengono assassinati, rispettivamente nel febbraio 1965 e nell’aprile 1968. Ma qualcosa, grazie a loro, sta comunque cominciando a cambiare: nel 1964 viene infatti varato, a livello federale, il Civil Rights Act e l’anno successivo il Voting Rights Act. La prima legge è relativa ai diritti civili, la seconda è specificatamente dedicata al diritto di voto.

Risultati importanti che sono il frutto di lotte e correnti di pensiero, forti ma spesso anche contrastanti, che attraversano tutti gli States da costa a costa. La lotta per l’abolizione del razzismo di stato in America non ha solo il volto pacifico e rassicurante di Martin Luther King. Vede anche il sorgere di movimenti più o meno radicali e, a loro modo, razzisti, tesi a rendere la massa degli afro–americani più consapevole della propria forza, compatta politicamente e separata, ma questa volta per volontà propria, dal resto dell’America bianca. La sorgente principale a cui i neri devono abbeverarsi per prendere coscienza di sé è la loro storia, e in particolare il loro passato non di schiavi, ma di uomini liberi. Le loro radici, cioè, il fatto, di essere africani.

Uno di questi movimenti, reso celebre proprio da uno dei suoi membri più famosi, Cassius Clay, oltre che ovviamente dal suo amico Malcom X, èThe Nation of Islam, La nazione dell’Islam, un’organizzazione fondata nel 1930 da Wallace Fard Muhammad con lo scopo dichiarato di risollevare la condizione spirituale, sociale ed economica dei neri d’America.

I membri della Nazione dell’Islam si legano in maniera generica, e non ortodossa, alla religione islamica, in quanto credono che lo stesso fondatore, Wallace Fard Muhammad, sia una manifestazione di Dio sulla terra, il messiah dei giudei e il mahdi dei musulmani. Ecco cosa si legge in un punto del loro credo:

«Noi crediamo che questo è il momento della Storia in cui i cosiddetti negri si debbano separare dai così detti americani bianchi. Crediamo che i neri debbano essere liberati nel nome oltre che nei fatti. Perciò riteniamo che debbano liberarsi dai nomi loro imposti dai loro antichi padroni; nomi che li identificano come schiavi di schiavisti. Crediamo che, per essere liberi davvero, dovremmo muoverci a nome del nostro popolo, il popolo nero della Terra».

Il nero consapevole deve quindi rinunciare al suo nome da schiavo. È per questo motivo che Malcom X nasce in realtà Malcolm Little e che Cassius Clay diventa prima Cassius X e, dopo i due incontri con Liston, si fa ribattezzare Muhammad Alì. Per l’America degli anni Sessanta questa scelta ha il medesimo effetto di uno dei suoi micidiali pugni. La parte nera e progressista lo indica come un eroe, l’altra reagisce con il rigetto. Ma il colpo da K.O. deve ancora venire ed è la seconda chiave di lettura che approfondiamo.

In quegli stessi anni Sessanta l’America decide di intervenire militarmente nel Vietnam del Sud. Interviene in aiuto alle forze governative, al fine di neutralizzare i Vietcong, guerriglieri intenzionati a unificare il loro paese con il comunista Vietnam del Nord. Ma il crescente impegno militare americano va a cozzare contro un altro pilastro ideologico della Nazione dell’Islam e, quindi, del credo dell’ormai Muhammad Alì.

Si tratta dell’idea che per essere bravi musulmani non si debba partecipare a guerre che uccidano altri esseri umani. Attenzione, però: la spinta, la motivazione vera non è, come si potrebbe supporre, un’ideologica aderenza a un pacifismo non violento. Non è affatto così. Il bravo musulmano non partecipa a una guerra indetta dall’America perché l’America non concede ai neri un proprio spazio, un proprio territorio per il quale valga la pena di combattere.

Questa posizione, decisamente radicale, in Muhammad Alì si trasforma e diventa un più autentico manifesto per la pace nel mondo, sempre non in nome della non violenza, ma in nome di tutta la gente sfruttata, emarginata, sottomessa. La guerra è ingiusta non perché i neri non hanno una propria nazione per cui lottare, ma perché è una guerra voluta dai bianchi ricchi e potenti per accrescere il proprio controllo sia sui neri americani che sul resto dei reietti del pianeta.

In altre parole: la guerra è necessaria per mantenere l’ingiustizia sociale in tutto il mondo. È quanto si trova enunciato nel discorso citato all’inizio.

Muhammad Alì rifiuta quindi di farsi arruolare. Anzi, nell’aprile 1967, quando viene chiamato nell’ufficio reclute di Houston, rimane fermo al suo posto e anziché fare un passo avanti recita una poesia:

«Chiedetemelo pure insistentemente

sulla guerra in Vietnam io canto questa canzone

Non ho proprio nulla contro i Vietcong».

È una scelta che fa urlare allo scandalo e che gli costa molto cara. Per la sua disobbedienza civile la giustizia americana, sorretta dalla parte dell’opinione pubblica razzista e bigotta, lo priva della licenza di combattere, del passaporto e Muhammad viene anche, del tutto arbitrariamente, espropriato del titolo.

Come lui stesso prevede, la perdita economica è altrettanto ingente. Non solo perché non riesce più a lavorare, ma anche perché è costretto a pagare un’ammenda di cinque milioni di dollari e a circondarsi di avvocati per evitare la condanna a cinque anni di carcere. Ma l’uomo di Louisville è un lottatore e non si piega tanto facilmente. Dopo tre anni e mezzo la Corte Suprema accoglie il ricorso presentato dai suoi legali e lo assolve con voto unanime.

Muhammad Alì torna allora finalmente sul ring ma, dopo questo periodo di forzata inattività, non «galleggia [più] nell’aria come una farfalla, né punge come un’ape», com’era capace di fare prima della grande scelta. È ingrossato, non riesce più a ballare sul ring come a Roma, i suoi riflessi non sono veloci come un tempo. Una sola cosa è rimasta invariata, anzi forse è cresciuta ancor di più: il suo spirito da combattente, l’alta concezione di sé stesso, la forza morale data dall’aderenza totale e consapevole alle proprie convinzioni.

«I match di boxe si vincono prima di salire sul ring, con la forza delle convinzioni, spezzando le sicurezze dell’avversario prima di scambiare i pugni».

Muhammad Alì decide dunque di tornare sul quadrato, ma il primo vero match importante, contro il grande Joe Frazier nel 1971, termina con una bruciante sconfitta. Le strade in salita, tuttavia, sono pane per i suoi denti e nei tre anni successivi Alì torna più volte sul quadrato, migliorando progressivamente forma e tecnica. Partecipa quindi a incontri che entrano nel mito dello sport di tutti i tempi.

Su tutti il Rumble in the Jungle (Rombo nella giungla), del 30 ottobre 1974 a Kinshasa, capitale dello Zaire, uno dei match più belli e intensi della storia del pugilato. L’avversario, il temibile George Foreman, dopo essere stato in vantaggio per quasi tutto l’incontro, viene messo al tappeto al termine dell’ottava ripresa da un micidiale colpo di Alì. Una vittoria che si carica immediatamente di significati che vanno aldilà dei meriti sportivi: per un giorno, il gancio di Muhammad Alì mette K.O. non solo l’avversario, ma anche tutti i pregiudizi razziali. Per un giorno, un pugno, un solo pugno, si trasforma in una formidabile arma di riscatto per tutti i neri della Terra. Non sorprenda il fatto che George Foreman fosse anch’egli un nero. Al contrario di Alì, agli occhi della gente il bravissimo pugile texano era in realtà un bianco, perché attaccato ai soldi e indifferente ai destini della sua gente.

Negli anni successivi Alì si misura con molti altri pugili: in mezzo a tanti incontri, alcuni dei quali delle vere e proprie farse, emergono, memorabili, la vittoriosa rivincita contro Joe Frazier, il 1 ottobre 1975 a Manila, e le sfide con Ken Norton, Leon Spinks e Larry Holmes. Fino ad arrivare al ritiro ufficiale, avvenuto l’11 dicembre 1981, dopo la sconfitta subita a Nassau, nelle Bahamas, da Trevor Berbick. Muhammad Alì lascia definitivamente il ring dopo 61 incontri disputati con 56 vittorie, di cui 37 per K.O., e 5 sconfitte.

Ma torniamo all’analisi storica e indaghiamo sulla terza chiave di lettura che può farci capire meglio come la vicenda umana di Cassius/Muhammad ha interagito con la storia dell’America e del mondo: si tratta della fama, della grandezza, della gloria, il fatto di essere e sentirsi The Greatest, Il più grande.

I campioni sportivi hanno sempre avuto un enorme influenza sul loro pubblico a partire dai primi atleti olimpici, venerati come divinità dopo la vittoria. Nell’America degli anni Sessanta, però, l’alloro della gloria viene illuminato da una luce del tutto artificiale: quella del tubo catodico della televisione.

Le dichiarazioni a favore dei neri di Muhammad Alì hanno da subìto un impatto enorme, nel bene e nel male, perché lui è quello che è e perché ormai i mass media hanno cominciato in maniera massiccia a influenzare l’opinione pubblica. Muhammad Alì non è stato ovviamente l’unico campione dei diritti civili americani, ma è quello che si ricorda più facilmente, assieme a Martin Luther King.

Per esempio, il nome di Dorothy Counts a molti non dirà assolutamente nulla. Eppure anche lei ha combattuto una durissima battaglia personale per l’abolizione vera, non solo formale, ossia legale, del razzismo negli Stati Uniti. Dorothy è stata una delle prime studentesse nere ad accedere a una scuola prima riservata ai soli bianchi. La sua foto, mentre cerca di entrare, il 4 settembre 1957, nella Harry Harding High School di Charlotte, North Carolina, fece a suo tempo il giro del mondo. Il fotografo la scattò nell’attimo in cui Dorothy riesce a tirare il suo destro migliore: quando lei donna, giovane e nera, cammina a schiena diritta e sguardo duro verso la scuola, mentre un nutrito gruppo di codardi uomini bianchi la sbeffeggia senza pudore.

Purtroppo il personalissimo match di Dorothy contro il pregiudizio si risolve in una sconfitta: la sua famiglia decide infatti di ritirarla da scuola dopo appena quattro giorni. All’epoca non ci fu nessuna medaglia per Dorothy, nessuna gloria o applauso, se non quello che possiamo tributarle noi, oggi, con un frettoloso ricordo. Rammentando magari anche i pochi coetanei che resistono qualche anno in più e che è difficile trovare sui libri di Storia, come Gus e Girvaud Roberts o Delores Maxine Huntley.

Ma torniamo a Cassius Clay e alle reazioni che provoca nell’opinione pubblica, dichiarando la sua appartenenza alla Nazione dell’Islam e mutando il proprio nome in Muhammad Alì. Le conseguenza sono a dir poco dirompenti, in un senso e nell’altro, ma proprio in forza della notorietà stessa dell’uomo del Kentucky, moltiplicata per mille dai mezzi di comunicazione.

Questo fatto lo capisce immediatamente anche il governo americano che, in occasione della guerra del Vietnam, fa di tutto per convincere le stelle sportive e dello spettacolo ad adeguarsi alla politica presidenziale. Ci riesce bene con un altro King, Elvis Presley. Incontra invece un ostacolo irremovibile in Muhammad Alì. Con Elvis e Muhammad inizia in un certo senso una nuova era, quella in cui il grande pubblico guarda alle scelte di vita dei propri idoli per conformare anche il proprio comportamento. Una cosa che Muhammad Alì non avrebbe mai fatto, ma che lo ha certo reso sempre più consapevole di essere non Il più grande, ma tra i più grandi simboli della nostra storia recente.

«Quando mi ritirerò avrò molto da fare per i miei fratelli. Abbiamo tanti problemi da risolvere: la prostituzione, la droga, gli scontri tra bande. I neri non hanno consapevolezza di sé, ormai abbiamo la mentalità dei bianchi».

Finito di combattere per Alì, fedele alla sua promessa, Muhammad comincia una seconda vita, non meno straordinaria di quella dell’atleta che è stato. Ambasciatore di pace delle Nazioni Unite. Negoziatore nel 1990 durante la crisi del Golfo. Ultimo, commovente tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Portavoce della comunità musulmana americana nella condanna degli attentati dell’11 Settembre. Testimonial per la campagna di prevenzione e lotta al morbo di Parkinson, la malattia che lo affligge ormai da anni, vissuta con uno straordinario coraggio e una formidabile dignità.

«Prima mi hanno appassionato le tesi di Malcolm X, poi la religione musulmana ha fornito un’identità a me, nero di Louisville, Kentucky, che ignorava le sue radici. Infine il dover convivere con la malattia mi ha fatto comprendere quanto sia stato giusto sfidare la vita, essere spavaldo sulring, provarci ancora quando sembravo vecchio, anche se ho perso e voi avete pensato che gli ultimi match con Holmes e Berbick siano stati inutili e abbiano inciso sulla mia salute. Ho seguito il mio istinto e ora non avrò rimpianti, ma solo la certezza che il mio dio è stato comunque magnanimo con me nella vita».

Come dargli torto? Il suo indimenticabile sguardo, fiero e severo proiettato verso il mondo, con la torcia olimpica in mano scossa dai tremiti del Parkinson, resterà nel ricordo di tutti come uno straordinario esempio di umanità.

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