11 – Charles Darwin: la rivoluzione di un borghese

In questa puntata Historycast naviga con il Beagle, per la prima volta, in un settore molto particolare delle discipline storiche, quello dedicato alla scienza e ai suoi protagonisti. E lo fa con la vela maestra, trattando di una persona che ha rivoluzionato il modo in cui l’uomo guarda al mondo, a sé stesso, e al suo passato: Charles Darwin. La sua Teoria dell’Evoluzione, infatti, porta con sé una carica eversiva senza paragoni. Una forza dirompente che ha spiegato per la prima volta non solo la varietà delle forme naturali, animali e vegetali, ma il processo intrinseco che le ha rese quello che sono oggi. In sostanza è riuscita a stabilire un punto fermo sull’origine dell’uomo (in quanto animale), e quindi della sua Storia.

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«Respinto indietro due volte, da un forte vento di sud–ovest, il brigantino da guerra Beagle della regia marina inglese, comandato dal capitano Fitz–Roy, salpò finalmente da Devonport il 27 dicembre 1831. La spedizione aveva per scopo fare una ispezione compiuta della Patagonia e della Terra del Fuoco […],esaminare le spiagge del Cile, del Perù e quelle di alcune isole del Pacifico – e fare una serie di misure cronometriche intorno al mondo. Giungemmo il 6 gennaio a Tenerife […]. L’indomani mattina vedemmo spuntare il sole dietro lo scosceso profilo della grande isola delle Canarie, e illuminare repentinamente il Picco di Tenerife, mentre le parti più basse erano velate da leggere nubi. Questo fu il primo di una lunga serie di giorni deliziosissimi che non ho mai più dimenticato».

Nemmeno l’umanità ha dimenticato. Non certo l’alba del 7 gennaio 1832 alle Canarie, ma il Beagle, la sua peregrinazione sul pianeta e soprattutto un membro particolare del suo equipaggio, il giovane Charles Darwin, dal cui diario di viaggio sono state tratte queste righe citate. Navighiamo, assieme al Beagle, in un settore molto particolare delle discipline storiche, quello dedicato alla scienza e ai suoi protagonisti; e lo facciamo con la vela maestra, trattando di una persona che ha rivoluzionato il modo in cui l’uomo guarda al mondo, a sé stesso, e al suo passato.

Sempre e comunque le scoperte scientifiche hanno avuto, e avranno in futuro, un effetto concreto sulla vicenda umana, sulla vita quotidiana come sulla mentalità. La Teoria dell’evoluzione di Darwin, tuttavia, ha contenuto fin dall’inizio – e possiede tutt’oggi – una carica eversiva senza paragoni. Questa forza dirompente la si deve proprio al fatto che ha spiegato per la prima volta non solo la varietà delle forme naturali, animali e vegetali, ma il processo che le ha rese quello che sono. In sostanza, è riuscita a stabilire un punto fermo sull’origine dell’uomo (in quanto animale), e quindi della sua storia. Almeno due delle tre domande che l’umanità si pone da millenni – chi siamo? e da dove veniamo? – hanno avuto da Darwin una risposta. Strettamente biologica, scientifica, materialista, ma una risposta, che ha rivoltato come un calzino buona parte della mentalità dell’epoca e che ha gettato le menti più aperte e ricettive all’inseguimento dell’altro quesito: dove andiamo?

In realtà la figura di Darwin ha poco o nulla del rivoluzionario. Rampollo di una famiglia perbenista dell’alta borghesia britannica, il giovane che salì a bordo del Beagle nel 1831 leggeva la Bibbia prima di addormentarsi, aveva trascorsi scolastici mediocri, non aveva problemi di denaro, né bisogno di trovarsi un lavoro. Opponeva al padre, che lo voleva indirizzare alla carriera ecclesiastica, una vivace passione per la zoologia e la botanica, che tuttavia coltivava in maniera assai poco sistematica. Anche le osservazioni e gli esperimenti che condusse a bordo del Beagle non brillano per sistematicità e rigore metodologico. Nell’arcipelago delle Galàpagos, dove Darwin ebbe per la prima volta l’intuizione sull’origine delle specie, la raccolta dei dati fu fatta sovente in maniera confusa.

«Disgraziatamente la maggior parte degli esemplari raccolti della tribù dei fringuelli, – dice nel suo diario – erano mescolati assieme; ma ho forti ragioni per sospettare che alcune delle specie del sottogruppo Geospiza siano limitate ad isole distinte […]. Parlando delle piante poi aggiunge: dirò che raccolsi alla rinfusa ogni cosa in fiore nelle varie isole e fortunatamente tenni separate le mie collezioni. Non bisogna tuttavia metter troppa fiducia in questi risultamenti proporzionali […]».

 

La metodologia di lavoro un po’ naïf non gli impedì tuttavia di venire colpito dal particolare–chiave, quello che lo condusse alla grande intuizione.

«Non ho finora fatto menzione del carattere più notevole della storia naturale di questo arcipelago ed è, che le differenti isole sono abitate su una grande distesa da una serie differente di esseri. Il signor Lawson, vice–governatore, fu il primo che richiamò la mia attenzione sopra questo fatto, dichiarando che le testuggini differivano nelle varie isole, e che avrebbe potuto dire con certezza al solo vederne una a quale isola appartenesse. Non badai molto per un certo tempo a questa asserzione e mescolai già parzialmente le collezioni di due delle isole. Non mi passava neppur per la mente che isole discoste appena cinquanta o sessanta miglia e di cui la maggior parte si vedevano l’una dall’altra fatte precisamente della stessa roccia, poste sotto un cielo del tutto simile, quasi di una uguale altezza, avessero abitanti molto differenti; ma vedremo ora che questo era il caso».

Sul Beagle evidentemente non ci era salito né uno studioso maturo, né un rivoluzionario materialista: ma alla fine del viaggio da quel brigantino scese uno scienziato coscienzioso e prudente che non riteneva più la Bibbia un testo adatto a spiegare la varietà estrema della natura e che era ormai certo che le specie avessero mutato, e continuino a mutare, nel corso del tempo, anche se non sapeva bene come.

Su quella nave, assieme a Darwin, era probabilmente salito qualcos’altro, anche se è molto difficile poter dire esattamente cosa. Due infatti sono gli aspetti che intrigano lo storico della scienza quando studia la nascita di una nuova teoria scientifica o di una innovazione tecnologica: capire cosa ne ha consentito o favorito la nascita e valutare l’impatto causato sulla società coeva, rifiuto o accettazione.

E il secondo punto, le conseguenze, sono molto più comprensibili del primo, l’origine, che tende a sfuggire nella misura in cui lo stesso autore/inventore non ne ha una consapevolezza precisa. Non si tratta solo di passare al setaccio le letture fatte da Darwin o gli studiosi da lui incontrati prima e dopo l’avventura del Beagle, e nemmeno di conteggiare gli autori che prima di lui hanno elaborato un’ipotesi evoluzionista, ma anche di capire il clima culturale di un’epoca, l’humus più o meno fertile che consentì lo sviluppo di menti più o meno geniali.

Un po’ di terra a quest’humus certamente l’aveva portata l’Illuminismo, e in particolare l’Illuminismo francese. Quando Darwin venne alla luce, nel 1809, erano passati solo vent’anni dalla presa della Bastiglia, Napoleone dominava tre quarti d’Europa e i testi di Jean–Jacques Rousseau e di Denis Diderot sulla Natura, guardata con occhio libero dalle speculazioni della metafisica, avevano ormai preparato il terreno a nuove ricerche. Nel Settecento inoltrato molti avevano cominciato a pensare che la Terra fosse molto più antica di quanto l’esegesi biblica indicava, che il sistema planetario si fosse evoluto da una nebulosa primordiale e che i fossili fossero resti di specie scomparse. Non è un caso che proprio in ambiente francese, o francofono, si registrino le prime ipotesi sull’esistenza di un’evoluzione naturale. Lo stesso Diderot, nel 1749, pensava a una Natura sperimentatrice che, attraverso infiniti errori e tentativi, riusciva a trovare le combinazioni giuste. Contemporaneamente Charles Bonnet ordinava le specie viventi in una scala di complessità che parte dalle piante e giunge fino all’uomo.

La medaglia d’argento del precursore va tuttavia a un altro francese, rivoluzionario, giacobino persino, Jean Baptiste de Lamarck, che nel 1809, proprio l’anno di nascita di Darwin, diede alle stampe la sua Filosofia Zoologica, in cui elaborava una teoria rivoluzionaria sulle specie estinte. Gli animali e le piante attestati solo dai fossili non sarebbero appartenuti a specie scomparse (l’idea dell’estinzione cozzava infatti con la visione di una Natura o di un dio buono e creatore di perfezione), ma a specie che si sono evolute, modificate in meglio. Lo avrebbero fatto adattandosi alla natura e modificando gli organi più funzionali per un determinato obiettivo. Per capirci, è la teoria del collo delle giraffe, sempre più lungo per poter meglio raggiungere le foglie più alte della savana. Lo sforzo continuo alla ricerca del nutrimento avrebbe sviluppato giraffe dal collo più esteso che avrebbero passato la qualità alle discendenti.

Come si vede l’humus appare già ben trattato all’inizio dell’Ottocento, ma almeno altri due ingredienti devono essere aggiunti, entrambi ovviamente forniti dalla Storia. Il primo è la Restaurazione, ossia la reazione all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. Nel 1815 l’ondata rivoluzionaria sembrava ormai rientrata, le grandi potenze europee pareva avessero restaurato l’ordine e la bufera appariva definitivamente passata.

Ovviamente non era così, ma sull’Europa continentale il clima effettivamente cambiò e lo spazio per l’innovazione, il dibattito e la ricerca si ridusse drammaticamente. Nell’Europa di Metternich le isole di tolleranza erano pochissime. Fortunatamente la tradizione al confronto e al dibattito si mantenne viva almeno in una grande isola, l’Inghilterra di Darwin. Qui gli insegnamenti di John Locke, di Adam Smith e di Thomas Robert Malthus non subirono nessun brusco stop. La società accettava il rigore perbenista come la proposta eversiva anzi, richiedeva fortemente la novità, la polemica scientifica, il dibattito, lo sguardo alla Natura privo di pregiudizi. Che era proprio lo sguardo del giovane Darwin.

Non fu quindi uno sguardo che si alzò per caso. L’Europa, e in particolare l’Inghliterra del primo Ottocento, era attraversata infatti da una poderosa corrente di pensiero che a livello filosofico e intellettuale ha un nome preciso, Positivismo, e che venne abbracciata da tutti coloro che avevano una fiducia estrema – positiva – nel progresso scientifico e erano convinti di poter applicare il metodo della ricerca scientifica a ogni genere di attività umana. Ma dietro la filosofia propagandata dagli intellettuali (che a quanto pare Darwin non leggeva, né apprezzava) esisteva un Positivismo reale, quotidiano e concreto che veniva respirato e praticato dalla gente comune del tempo, in Europa come in America.

La fiducia nel futuro e nell’uomo era infatti generalizzata, palpabile e favorita dalla continua scoperta di nuovi segreti della natura che si trasformavano rapidamente in utili tecnologie: la locomotiva a vapore, la ferrovia, la lampadina, il motore elettrico, il motore a scoppio, il telegrafo, la fotografia, la vaccinazione anti–vaiolo. Il pensiero dell’uomo della strada dell’Europa della metà Ottocento era quindi orientato, filosofia o meno, ad accettare ogni scoperta come tappa quasi inevitabile di un progresso determinato dalla scienza in un cammino glorioso che riguardava l’umanità intera. Solo in questo modo è possibile spiegare quello che accadde all’uscita del testo principe di Darwin, L’Origine della Specie, nel 1859.

«La prima edizione», racconta lo stesso Darwin, «limitata a 1.250 copie andò esaurita il giorno stesso della pubblicazione e una seconda edizione di 3.000 copie fu venduta interamente poco dopo. Oggi, nel 1876, ne sono state vendute 16.000 copie nella sola Inghilterra […]; è stato tradotto in quasi tutte le lingue europee, persino in spagnolo, polacco, boemo, russo […]. È stato tradotto anche in giapponese e laggiù è molto studiato».

Solo il fervore scientifico dell’epoca, diffuso tra diverse classi sociali, può spiegare questo straordinario esempio di best–seller. Ma forse ancor di più lo illustrano gli eventi che precedettero la sua pubblicazione.

Darwin lavorò alla sua opera, o meglio alla sua teoria, dallo sbarco dal Beagle (1836) fino al «si stampi» del 1859, ma nel frattempo altri studiavano, indipendentemente da lui, temi simili o correlati. Charles Lyell, geologo, ipotizzò una concezione evolutiva del pianeta Terra in cui agivano da tempo immemorabile i medesimi fenomeni geologici.

Lo scozzese Robert Chambers fece uscire in forma anonima un pamphlet dal titolo Vestigi della storia naturale della creazione, in cui si sosteneva che, se i fenomeni geologici c’erano sempre stati e non erano state le catastrofi a estinguere le specie, allora l’evoluzione degli organismi viventi era l’unica spiegazione possibile. Ma, fatto ancor più importante, un naturalista autodidatta, tale Alfred Russel Wallace, dopo aver trascorso un lungo periodo di ricerche in Amazzonia e Malesia, scrisse un abbozzo di Teoria dell’evoluzione molto simile a quella di Darwin. L’esperienza di Wallace spinse Darwin ad affrettare gli studi anche se, invece di ingaggiare una gara, il nostro strinse con Wallace una collaborazione amichevole. Il primo luglio 1858, alla Linnean Society di Londra, Darwin espose le teorie di Wallace e Wallace fece altrettanto con quelle di Darwin.

Sono molti i momenti della Storia che sarebbe bello poter rivivere; il giorno della duplice conferenza londinese è, a mio avviso, uno di quelli. Per toccare dal vivo l’impatto che dovette aver avuto sul pubblico la prima dimostrazione scientifica che gli organismi viventi non sono stati creati fin dall’inizio così come sono, che tutti facciamo parte di un’unica ramificata discendenza, che le variazioni delle specie si sono consolidate per opera della selezione naturale. Questa mantiene solo le variazioni che permettono di adattarsi meglio all’ambiente, mentre elimina drasticamente le altre.

Ed è quest’ultima la vera bomba. Il concetto di evoluzione naturale lo possiamo digerire con una certa facilità, anzi è insito nell’idea stessa di progresso che dominava all’epoca di Darwin e che ancora oggi si fa strada nel comune sentire. L’idea invece che siamo frutto di una combinazione di caso – la variazione – e necessità – la selezione naturale – è molto più difficile da accettare. L’ordine apparentemente mirabile della natura, l’umanità stessa, non è frutto di un disegno già perfetto, compiuto e definito da un’entità metafisica, ma è la conseguenza di una serie di interazioni materiali, del tutto naturali e in gran parte casuali.

Le reazioni furiosamente negative, come anche entusiasticamente positive, alla Teoria dell’evoluzione di Darwin furono innumerevoli. Quelle negative, com’è più che comprensibile, arrivarono soprattutto dai credenti, scienziati o meno, e dagli ambienti religiosi e tradizionalisti. Reazioni che Darwin stesso temeva e che cercò vanamente di prevenire.

«Io non trovo alcuna ragione per pensare che le opinioni espresse in questo volume», sostiene nell’Origine della Specie, «possano ferire i sentimenti religiosi di chicchessia. Del resto, per dimostrare quanto siano fugaci queste impressioni, ci piace ricordare che la più grande scoperta che sia mai stata fatta dall’uomo, vale a dire la legge dell’attrazione di gravità, fu anche attaccata da Leibnitz come sovversiva della religione naturale e, conseguentemente, della religione rivelata. Un celebre autore ed eminente teologo mi scrisse invece che egli aveva gradatamente imparato a riconoscere che possiamo formarci un giusto e nobile concetto della Divinità, pensando che Essa abbia creato poche forme originali, capaci di svilupparsi da se stesse in altre forme utili, anziché professando l’opinione che Essa debba ricorrere a nuovi atti di creazione per riempire i vuoti cagionati dall’azione delle sue leggi».

Parole vane. Gli attacchi al darwinismo, elaborati su basi non scientifiche, hanno sempre tallonato passo dopo passo il progressivo affermarsi, lo sviluppo e il perfezionamento delle intuizioni del naturalista inglese. Attualmente la teoria sintetica dell’evoluzione, ossia la teoria di Darwin rivista e corretta alla luce delle recenti scoperte della genetica e della geologia, ha convinto la stragrande maggioranza degli scienziati. Ma gli attacchi continuano: dai creazionisti americani, dai sostenitori del Disegno Intelligente, da isolati pensatori.

A chi fosse interessato a leggere le loro asserzioni e, contemporaneamente a vederle confutate scientificamente, rimando con piacere al bel libro di Telmo Pievani edito da Einaudi, Creazione senza Dio.

A noi interessano più altre reazioni, meno legate alle questioni di fede e più alla società e alla politica. La cosa curiosa infatti è che Darwin, naturalista e scienziato, venne praticamente adottato, all’indomani del suo exploit, da due filosofie della storia e interpretazioni della società radicalmente diverse tra loro, una a sinistra e una decisamente a destra.

L’Ottocento, infatti, non fu solo il secolo del cammino glorioso della scienza, ma anche il periodo in cui si fecero più acuti gli scontri sociali e in cui si elaborarono grandi teorie di riscatto dei lavoratori: il Socialismo, il Comunismo. Karl Marx vide nella teoria di Darwin lo specchio naturale della storia dell’uomo e della lotta sociale. Così come nella Natura le specie viventi si modificano, così anche la storia dell’uomo passa attraverso diverse fasi, dal regime schiavistico romano al feudalesimo, dal feudalesimo al capitalismo. Come nella Natura si ha la lotta per la sopravvivenza tra specie, nella Storia si ha la lotta fra classi.

Ma il medesimo discorso, mutatis mutandis, poteva essere fatto a destra e in maniera forse più convincente. Non è stato forse il capitalismo nell’Ottocento a consentire le scoperte scientifiche e il progresso economico e tecnologico? Tale progresso quindi si fonda sulla separazione degli uomini in due specie: quella capitalista, vincente, più forte, perché ha i mezzi per produrre ricchezze, e la specie dei lavoratori che deve stare nel posto che la società le ha naturalmente destinato. Per il filosofo britannico Herbert Spencer esiste una legge generale dell’evoluzione che è valida per ogni ambito della realtà: così come accade in natura, anche nella società si evolvono i sistemi sociali e si assiste a una naturale lotta per la sopravvivenza degli individui in cui sopravvive ovviamente il più adatto, ossia il più potente, il più ricco, il vincente.

Al di là dell’ovvia constatazione che Darwin si è ben guardato da applicare alla società umana le leggi della Natura e che nulla nella Teoria dell’evoluzione ci può autorizzare a fare paralleli tra i meccanismi della selezione naturale e le dinamiche delle classi sociali, c’è da dire che le interpretazioni politiche del darwinismo, sia a destra che a sinistra, hanno una caratteristica in comune. Entrambe legano infatti il termine evoluzione alla concezione del progresso inevitabile. Per entrambe il mondo non evolve, ma progredisce, e il dovere dell’uomo è quindi quello di favorire un processo storico–naturale al quale è comunque impossibile opporsi, poiché è insito nell’ordine stesso della Natura e della Storia. Tradotto in parole semplici, non si può andare contro la Storia nel suo cammino di inevitabile crescita, come non si può andare contro le leggi della Natura.

Abbiamo già detto in precedenza come questa idea della Storia sia oggi considerata profondamente sbagliata e, forse, avremo modo prima o poi di dire anche perché. Per ora, in conclusione, vorrei solo far notare che, nella teoria di Darwin, il termine evoluzione deve intendersi nel suo significato letterale, ossia semplicemente mutamento, né in meglio, né in peggio. Oggi, grazie agli studi di genetica, si sa addirittura che le mutazioni che provocano il cambiamento delle specie sono dovute sostanzialmente ad errori del meccanismo di replicazione del DNA. Non c’è quindi nessun finalismo, nessun progresso scritto né fissato nelle leggi della Natura.

In altre parole, l’Ottocento del progresso glorioso e inevitabile ha di fatto partorito la teoria dell’esistenza grazie all’errore.

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