12 – l’orologio di Ben Hur: errori (e orrori) di celluloide

La Storia del cinema è zeppa di esempi: Il Gladiatore, Il nome della rosa, Ben Hur sono solo tre clamorosi casi di film famosi e pluripremiati che ospitano al loro interno errori (e orrori) di natura storica. Un fatto che può essere facilmente spiegato: oggi chi scrive di Storia, infatti, non è più soltanto lo storico di professione, ma spesso e volentieri giornalisti, dilettanti, scrittori, fumettisti, sceneggiatori e, appunto, registi. E sono questi, molto più dello storico di professione, che raggiungono il grande pubblico, creando opinioni, percezioni e luoghi comuni, dando vita a dibattiti, interpretazioni e polemiche. Cosa succede, allora, quando non sono esatti?

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Massimo Decimo: «Mi hai mandato a chiamare Cesare? Cesare!»

Marco Aurelio: «Dimmi di nuovo, Massimo, perché siamo qui?»

Massimo Decimo: «Per la gloria dell’Impero, Cesare».

Marco Aurelio: «Ah, si… ah si si mi ricordo… Vedi quella mappa, Massimo? Quello è il mondo che ho creato io. Per venticinque anni ho conquistato, sparso sangue, espandendo l’Impero di Roma. Da quando sono diventato Cesare ho conosciuto solo quattro anni senza guerra, quattro anni di pace su venti. E per che cosa? Io ho portato la spada, niente di più».

Il dialogo a dir poco improbabile che avete appena udito, tra un perplesso generale romano e un vecchio e tardivamente pacifista Marco Aurelio, è tratto dal film Il Gladiatore, di Ridley Scott, pellicola per altro appassionante, suggestiva e commovente, vincitrice di ben cinque Premi Oscar. Con la storia di Massimo Decimo, alias Russel Crowe, in questo capitolo ci occupiamo di cinema, nel senso che si occupa di un tema in apparenza leggero come la Storia vista dalla fiction, il passato raccontato dalla macchina da presa.

Leggero però lo è fino a un certo punto, dato che la maggior parte delle volte si tratta di un racconto pieno zeppo di errori. Il minuscolo estratto delGladiatore che è stato citato è, già da solo, un vero e proprio concentrato di orrori storici. La scena – ve la descrivo – è girata all’interno della tenda imperiale in un accampamento di guerra. Qui Marco Aurelio scrive a penna, probabilmente su carta pergamena (almeno a giudicare dal rumore che fa non scrive certo su una tavoletta di cera…), illuminato da una lucerna.

La lucerna andrebbe anche bene – ovviamente la pergamena no –, ma la luce fissa chiaramente artificiale che illumina la quinta è lievemente anacronistica. Tra stoffe e tendaggi vari, del tutto plausibili, ecco spuntare un busto romano. Badate, non la statuetta di una divinità, ma un semplice busto politico di un imperatore, forse lo stesso Marco Aurelio. Perché l’Augusto avrebbe dovuto portarselo dietro fino a Vibondona (l’attuale Vienna) – lo confessiamo – ci sfugge completamente. Ma la chicca è la mappa, che Marco Aurelio nomina e che lo spettatore vede chiaramente: una bella carta in pergamena tesa tra due assi che rappresenta l’intero Mediterraneo – blu – con al centro, ben riconoscibile, la penisola italiana in giallo.

Ora, le mappe come noi le concepiamo non esistevano proprio in età romana e, comunque, gli esemplari che assomigliavano vagamente a mappe non erano utilizzate come strumenti per la guerra o l’esplorazione o la navigazione. I viaggi di breve distanza normalmente non necessitavano di ausili cartografici perché il territorio era noto, come probabilmente lo era quello viennese all’epoca di Marci Aurelio. Per gli spostamenti a grandi distanze l’amministrazione romana realizzava invece una serie di itinerari, funzionali ma elementari, senza pretese di esattezza geografica, calcolati sulla base dei ritmi di marcia dei soldati semplici. In sostanza si trattava di elenchi di località con segnate accanto le distanze o il tempo necessario per andare da un posto a un altro.

In alcuni casi rari questi itinerari possono essere anche disegnati. Sono gli itineraria picta di cui il più famoso è la Tabula Peutingeriana che rappresenta l’intero mondo conosciuto. Se la guardate faticherete assai a riconoscere l’Europa, l’Africa o il Mediterraneo. I due continenti sono ridotti a strisce orizzontali che si fronteggiano. Questo non perché i romani non sapessero disegnare, ma perché innanzitutto non conoscevano i moderni sistemi di proiezione geografica e poi perché agli autori interessavano le informazioni contenute nella carta e non la sua bellezza. In sostanza volevano sapere solo se tra due luoghi c’era una strada e quanto ci voleva a percorrerla.

Ma se dovessimo fare il gioco degli errori od orrori storici passati attraverso il grande e piccolo schermo – come a esempio il famoso orologio diBen Hur, film del 1959 diretto da William Wyler – questo testo diventerebbe troppo lungo. Solo per restare al Gladiatore, nel film l’arena di Roma viene chiamata Colosseo, termine in realtà coniato forse nell’XI secolo. E il grandioso volo d’uccello su Roma antica incrocia i profili di alcune cupole tipicamente rinascimentali, oltre alla basilica di Massenzio e all’arco di Costantino, edificati più di un secolo dopo Marco Aurelio.

Ancora: i cavalieri usano staffe diffuse nell’alto Medioevo e il bel Massimo Decimo sprona alla battaglia preconizzando l’Inferno, e non gli Inferi. Se lo avesse fatto, però, i suoi uomini l’avrebbero guardato un po’ perplessi. Per noi infatti l’Inferno è – a partire dal Medioevo – un luogo di tribolazione e di violenza, mentre non lo era invece il regno dei morti – gli Inferi – per i nostri antichi progenitori.

Ma non bisogna esagerare. In fondo il Gladiatore ci ha risparmiato almeno il saluto romano che – pare – sia stato inventato da un film, Cabiria, del 1914, di Giovanni Pastrone con le didascalie di Gabriele D’Annunzio. Questo kolossal – il primo della storia del cinema – sembra abbia inaugurato anche i templi e i colonnati di marmo bianco splendente, quando in realtà erano rivestiti di colori vivaci. Altri hanno poi proseguito per questa strada maestra, infarcendo iI film sul mondo classico di corse di bighe stile Formula Uno, cortei con danzatrici leopardate, abiti e armature tra le più disparate.

Le altre epoche non si sono ovviamente salvate, così troviamo spesso il mondo medievale illuminato da centinaia di costosissime candele o riscaldato da caminetti quattrocenteschi, protetto da vetri e non da tele cerate, irto di castelli dagli stili più disparati e difeso da cavalieri bardati con corazze anatomiche di acciaio cromato.

Ma questi sono tutti errori – per così dire – venali, su cui insistere risulterebbe un po’ pedante. Contestualizzare un film storico senza commettere sbagli è infatti quasi impossibile, anche se il regista si dota di consulenti qualificati, fatto che in realtà avviene molto raramente e con esiti spesso negativi. Così ha infatti dichiarato il famoso storico francese Jacques Le Goff dopo la sua estromissione dalla troupe del Nome della Rosa di Jean–Jacques Annaud.

«La collaborazione tra cineasti e storici sarà sempre più difficile, perché la gente del cinema elude i nostri consigli. Anzi disprezza gli storici. Li considera come tanti eruditi. I cineasti invece si credono dei creatori».

In realtà buona parte del disprezzo che rimarca Jacques Le Goff – e che, come avete sentito, è reciproco – deriva dal fatto che i due mondi, la ricerca storica e il cinema, parlano linguaggi diversi e hanno scopi che non coincidono quasi mai. La radice di molti errori, più che dall’ignoranza o dal disinteresse, è forse da far derivare dal fatto che il cinema, come le altre forme d’arte, ha molto più caro il verosimile che il vero. Per inoltrare un messaggio con un’immagine di pochi secondi un regista deve spesso basarsi su simboli e luoghi comuni condivisi. Userà quindi le equazioni castello uguale Medioevo, parrucca incipriata uguale Settecento e colonna bianca uguale romanità, facendo ben poca attenzione, perché ininfluente ai suoi scopi, allo stile del castello, alla data di primo uso della parrucca e alla forma della colonna. Lo storico obietterà che basta informarsi un poco per evitare errori grossolani come quelli che vi ho elencato, ma il cineasta sarà tentato di fare spallucce: il messaggio, il pathos, l’arte non sono influenzati dai dettagli.

Il problema invece è proprio nel messaggio, che bene o male, trama, dialoghi, personaggi e dettagli fanno rifluire sul pubblico e che in numerosi casi – in tutti direi – si trasforma in chiave di lettura, interpretazione, visione della Storia, e quindi Storia stessa.

Questo accade perché chi scrive di Storia oggi, non è soltanto lo storico. Fanno Storia diversi soggetti, giornalisti, amatori del genere più o meno dilettanti, scrittori, fumettisti, registi. Ovviamente anche gli studiosi, ma non sono certo questi ultimi che raggiungono il grande pubblico, che entrano nelle nostre teste creando opinioni, percezioni e luoghi comuni.

La maggior parte degli studi, di quelli più avanzati in campo storico, rimane fatalmente distante dalla gente, che invece viene raggiunta da ondate di informazioni sulla Storia, elaborate da altri soggetti. E trasmesse in maniera così accattivante, piacevole e pervasiva da creare opinioni, trasmettere conoscenze destinate a stazionare per lungo tempo nel nostro cervello. E cosa succede quando non sono esatti? O meglio, quando non corrispondono a quanto gli storici hanno elaborato sul tema fino a oggi?

Guglielmo: «Questi è il mio novizio, Adso da Melk, Suo padre ha affidato a me la sua educazione e la sua custodia».

Ubertino da Casale: «Allora lo devi portare via immediatamente! Noi hai saputo che il demonio precipita ragazzi avvenenti dalla finestra? C’era qualcosa di femminile, qualcosa di diabolico nel giovane che è morto. Aveva gli occhi di una fanciulla che cercasse il coito con il demonio. Guardati da questo luogo, Guglielmo! La Bestia è ancora tra noi, io la sento! È qui! Adesso! Proprio tra queste mura. Ho paura, Guglielmo, per te, per me, per l’esito che avrà questo dibattito. Ooh figliolo mio, in quali tempi viviamo?».

 

Ma di quali tempi effettivamente si sta parlando? Il breve monologo che avete letto è pronunciato dall’attore che impersona Ubertino da Casale nelNome della rosa, film celebre tratto da uno splendido romanzo ancora più celebre scritto da Umberto Eco. Ubertino da Casale, nel film un mistico un po’ farneticante ossessionato dall’Anticristo, era un predicatore e teologo francescano di altissimo livello, effettivamente affascinato dalle teorie apocalittiche, ma soprattutto impegnato nella controversia sulla povertà di Cristo e quindi della Chiesa e dell’Ordine Francescano. Scomunicato dal pontefice, si avvicinò nel 1328 alla corte dell’Imperatore Ludovico il Bavaro, presso cui incontra altri valenti intellettuali del tempo come Guglielmo d’Ockam e Marsilio da Padova. Il primo può considerarsi una sorta di innovatore del pensiero filosofico medievale, il secondo pose per primo l’accento sulle basi laiche dell’ordinamento dello stato.

In sostanza, il Medioevo del Nome della rosa non è (o almeno non lo è nel romanzo e non avrebbe dovuto esserlo quindi anche nel film) un’epoca buia, violenta, mistica e irrazionale. È invece un Trecento brulicante di idee nuove che confliggono con istituzioni e pensieri preesistenti, conservatori, autoritari, ma non per questo irrazionali. Commenta in proposito il medievista Franco Cardini:

«Perdoniamo volentieri la scivolata della Madonna quattrocentesca dinanzi alla quale si prostra Ubertino da Casale Ma vi sono cose che chiedono vendetta al cospetto di Dio. I quattro miserabili subumani che, sudici e selvaggi, vivacchiano ai piedi del monastero, non si capisce proprio che cosa ci stiano a fare, e con che cosa pagano le tasse che questo impone loro, dal momento che non figurano intorno all’abbazia né campi coltivati, né altri segni di quella possente attività economica che al contrario i benedettini erano soliti gestire. E l’immagine dei monacacci viziosi che saziano quei disgraziati coi resti del loro pasto e altra immondezza rovesciata dall’alto è davvero una vergognosa mistificazione storica, che avrà indignato chiunque sappia qualcosa della vita monastica medievale e dei suoi sistemi di produzione e di carità».

In sostanza, nel film, dialoghi portanti e particolari apparentemente secondari comunicano un messaggio preciso, che nulla ha che vedere con quello che oggi sappiamo del mondo medievale. Presenta non solo una Storia affetta da inesattezze, ma soprattutto una visione della Storia antiquata, sorpassata, che da tempo ammuffisce sugli scaffali delle nostre biblioteche. Il cinema, come i romanzi, le opere liriche, i quadri, i fumetti basati sulla storia passata, non si limita a riportare i fatti così come sono stati. Un po’ perché non vuole – non ha infatti alcun intento didattico –, e un po’ perché è impossibile. Fare Storia, a tutti i livelli, da quello scientifico al mondo della divulgazione, è sempre e comunque interpretare i fatti, dare al passato un taglio, una visione particolare, comunicare non un insieme di avvenimenti, ma il modo in cui questi avvenimenti sono visti. C’è allora da chiedersi quanto ne sono consapevoli i registi. Quanto ragionano sul rapporto tra il messaggio che trasmettono, il mondo attuale e il modo in cui un evento è considerato dalla ricerca storica? Un esempio chiaro del problema ci viene dall’introduzione del film Quo Vadis? del 1951 di Le Roy.

«Questa è la via Appia, la famosissima strada che, come tutte le strade, conduce a Roma. Su questa strada marciano le sue legioni vittoriose. Roma è al centro dell’Impero, padrona indiscussa del mondo. Ma, col potere, viene inevitabile la corruzione. Nessuno qui è sicuro della propria vita. L’individuo è alla mercé dello stato, la violenza si sostituisce alla giustizia. I governanti delle nazioni soggiogate hanno rassegnato i loro sudditi impotenti alla schiavitù. Nobili e plebe divengono, alla stessa stregua, schiavi romani, ostaggi di Roma. Non c’è scampo dalla frusta e dalla spada. Che una forza qualsiasi potesse scuotere le fondamenta di questa fortezza, fatta di potere e di corruzione, di miseria umana e di schiavitù, sembrava inconcepibile. Ma, trent’anni prima, era accaduto un miracolo. Su una croce romana in Giudea un uomo era morto per liberare l’umamità, per diffondere il vangelo dell’amore e della redenzione. Tra breve quell’umile croce avrebbe sostituito le orgogliose aquile che sormontavano i vittoriosi vessilli romani. Questa è la storia di quell’immane conflitto».

A parte il corteo che accompagna la voce fuoricampo e che ricorda veramente l’entrata delle truppe americane a Roma del 1944 – e il film è girato non a caso sette anni dopo –, il messaggio storico che abbiamo ascoltato è chiarissimo. L’impero romano è potente perché sfrutta il lavoro degli schiavi, ma questa ricchezza male guadagnata ha corrotto e quindi indebolito i vertici dello stato. Così la nascita di Cristo e il conseguente sviluppo del Cristianesimo, scardinando l’ordinamento istituzionale dell’impero e rendendo tutti gli uomini uguali, ha minato dall’interno il potere romano dittatoriale, determinandone la fine.

Dietro il messaggio storico, che ora esamineremo, si cela un’indicazione politica precisa. L’impero romano non era democratico come non lo sono stati i regimi fascista e nazista, sconfitti dai democratici americani. Ciò consente un processo di identificazione quasi automatico per cui cristiani uguale democratici uguale americani. Gli americani sono così gli eredi dei primi coraggiosi cristiani che contribuirono alla caduta dell’Impero.

Si tratta – America a parte – della vecchissima e mai veramente sostenuta teoria del Cristianesimo come causa principale della caduta dell’impero romano, quanto di più insostenibile oggi sulla base dell’esame degli avvenimenti e delle fonti. Ci vorrebbe un trattato per sviscerare il problema, e non voglio certo somministrarvi un polpettone stile Quo Vadis?. Per ora vi basterà sapere che il Cristianesimo non abolì mai, né pensò mai di abolire, la schiavitù. Anzi, per tutto il Medioevo ci furono persone prive di libertà giuridica: si chiamavano servi e non schiavi, ma la sostanza a livello dell’autonomia e dei diritti della persona era la stessa. I monasteri avevano al loro servizio schiere di servi e questo non disturbava minimamente i sonni dei cristianissimi monaci. È vero che il Cristianesimo, prima tollerato e poi diventato religione di stato, mutò effettivamente le strutture imperiali romane, ma non per questo le distrusse. Ricordiamoci che l’impero romano terminò ufficialmente tra Medioevo ed Età Moderna, quando Costantinopoli cadde nelle mani dei Turchi, ben 1.450 anni dopo la nascita di Gesù Cristo.

In Quo Vadis? non abbiamo quindi semplicemente solo un film, abbiamo invece un film storico che promuove una ben precisa interpretazione storica che, guarda caso, rientra perfettamente nel modello culturale che negli anni Cinquanta del Novecento l’America vuole comunicare all’Europa liberata.

Esempi di questo genere se ne potrebbero fare a centinaia. Tra le varie polemiche sorte a proposito di fiction storiche, vi è ad esempio quella relativa allo sceneggiato televisivo Exodus, ispirato alla storia di Ada ed Enzo Sereni, del 2006. I coniugi Sereni furono i fondatori del primo kibbutzsocialista d’Israele, nel quale convissero pacificamente arabi ed ebrei e nel quale la coppia fece confluire migliaia di ebrei europei scampati alle deportazioni naziste. Alon Confino, nipote di Ada Sereni e docente di storia contemporanea all’Università della Virginia, ha duramente criticato lo sceneggiato che, a suo avviso, trasforma Ada

«una donna forte e consapevole, in una succube»

oltre a non sottolineare abbastanza l’antifascismo suo e del marito, nonché la loro idea di una Palestina patria di due popoli, arabi e ebrei. Il portavoce della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, ha invece dichiarato che Exodus rappresenta

«in maniera inequivocabile la vita e lo spirito di Ada ed Enzo Sereni».

È chiaro che alla base della polemica non c’è tanto la storia eroica dei due personaggi, quanto la distanza tra il presunto spirito originario dello Stato di Israele e la sua attuale politica nei confronti dei Palestinesi e anche l’antisionismo che molte volte è confuso con l’antiebraismo.

L’analisi delle interpretazioni e delle motivazioni alla base dei film storici si può, anzi si dovrebbe fare, per tutte le pellicole che pescano dalla Storia. Fossero anche musical, come quello di Madonna nel film Evita, più esaltazione della pop star, che il racconto di un personaggio sfaccettato e ambiguo come fu Evita Peron. Ma è un ragionamento che è spesso difficile da portare alla luce, perché un film entra in maniera più subdola, e contemporaneamente più efficace, nelle nostre menti.

Un saggio storico è spesso noioso e qualche volta difficile da leggere, ma normalmente riporta le diverse interpretazioni possibili di un evento e ha sempre un corredo di note che consentono al lettore di verificare quanto legge.

Un film si guarda invece con piacere, rilassatezza, interesse. Appassiona, avvince, commuove, incanta e così facendo fatalmente abbassa la nostra soglia di attenzione critica e certo non consente, se non a patto di grandi sforzi personali, di intendere con chiarezza su quale visione storica è costruito. Non permette di capire se esistono visioni diverse da quella proposta e qual’è la più aggiornata. Ma il messaggio che trasmette si aggiunge velocemente al nostro bagaglio di conoscenze e in maniera più efficace di qualsiasi lettura.

Detto questo ho una confessione da farvi. Il film Il primo cavaliere, con Sean Connery e Richard Gere, è l’apoteosi dell’errore storico–letterario. Dovrebbe raccontare la storia di Lancillotto, Artù e Ginevra ma non rispetta né la Storia (che d’altronde non si è mai verificata), né il suo contesto storico presunto, né tantomeno la fonte letteraria, per intenderci i cicli arturiani.

Eppure è uno dei film che ogni tanto rivedo volentieri, specialmente quando voglio rilassarmi di fonte alla TV. Così non posso fare a meno di rabbrividire quando vedo Indiana Jones/Harrison Ford – in teoria un eminente archeologo accademico – afferrare con due mani il coperchio di un sarcofago millenario e gettarlo in malo modo, senza pensarci due volte, sul pavimento di una cripta. Ma questo non mi impedisce di adorare il personaggio e i film che lo vedono come protagonista.

Insomma anche noi storici ogni tanto ci godiamo un film sospendendo il giudizio. Basta esser consapevoli che è un operazione da fare raramente.

Molto raramente.

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