13 – la Santa Inquisizione: supplizi in nome di Dio

La sentenza che nel giugno del 1633 fu pronunciata contro lo scienziato pisano Galileo Galilei – colpevole di voler sovvertire, con le sue teorie astronomiche eretiche, la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture – è un’ottima base di partenza per ragionare sul periodo dell’Inquisizione. In apparenza, la sua lettura è fin troppo semplice. Fu decisamente coerente, infatti, nell’impedire con ogni mezzo possibile, compresa la forza, la diffusione di una teoria scientifica solo perché contraria a testi ritenuti vergati da mano divina. Ma fu davvero questa l’Inquisizione? O meglio, fu “soltanto” questa l’Inquisizione?

***

«Essendo che tu, Galileo […] dell’età tua d’anni 70, fosti denunziato del 1615 in questo Santo Offitio, che tenevi come vera la falsa dottrina, da alcuni insegnata, ch’il Sole sia centro del mondo e imobile, e che la Terra si muova anco di moto diurno; ch’avevi discepoli, a’ quali insegnavi la medesima dottrina […]. Ma volendosi per allora procedere teco con benignità, fu decretato […] che tu dovessi […] lasciar detta opinione falsa, e ricusando tu di ciò fare, che dal Comissario di Santo Offitio ti dovesse esser fatto precetto di lasciar la detta dotrina, e che non potessi insegnarla ad altri […] e avendo tu promesso d’obedire, fosti licenziato. E essendo ultimamente comparso qua un libro[…], la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Dialogo di Galileo Galilei delli due Massimi Sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano; ed informata appresso la Sacra Congregratione che con l’impressione di detto libro ogni giorno più prendeva piede e si disseminava la falsa opinione del moto della terra e stabilità del Sole; fu il detto libro diligentemente considerato e in esso trovata espressamente la transgressione del predetto precetto che ti fu fatto. Invocato dunque il Santissimo nome di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria […] pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso […] veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle sacre e divine Scritture. E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei. Ti condaniamo al carcere formale in questo Santo Offitio ad arbitrio nostro […] riservando a noi facoltà di moderare, mutare o levar in tutto o parte, le sodette pene e penitenze».

Questa sentenza, emanata il 22 giugno 1633 contro uno dei più grandi scienziati mai vissuti, e di cui ho riportato solo una parte, è un’ottima base di partenza per ragionare un po’ sull’Inquisizione.

Apparentemente, ma solo apparentemente, la sua lettura è semplice. Fin troppo lineare e coerente nel perseguire una logica che a noi oggi suona completamente assurda: impedire con la forza la diffusione di una teoria scientifica solo perché contraria a testi antichissimi, ma ritenuti vergati da mano divina.

Ne consegue, sempre sulla scorta di una deduzione elementare, che il tribunale che la emanò, la Congregazione della Sacra Romana e universale Inquisizione o Sant’Uffizio, era un ente cieco, oscurantista, arbitrario e crudele. Non è un caso che la voce Inquisizione del dizionario reciti così:Inchiesta speciale, svolta con una procedura arbitraria o ad ogni modo lesiva dei diritti, della libertà, della dignità dell’individuo […] simbolo di zelo ipocrita e spietato.

Detto questo non sembra necessario metterci altri carichi – per altro ben noti – sul fardello storico dell’Inquisizione: la tortura usata con sistematicità, la censura su gran parte delle pubblicazioni, il controllo capillare delle coscienze attuato con diversi mezzi, la crudezza delle condanne (pur sotto il pudico velo del braccio secolare).

Ma è questa l’Inquisizione? O meglio, è solo questa l’Inquisizione?

Se sospendiamo per un attimo il nostro giudizio sulla sentenza contro Galileo e rileggiamo il testo senza soffermarci sull’oggetto (il sistema copernicano) o il valore della vittima, siamo in grado di notare tutta una serie di cose che forse prima – distratti da una pur comprensibile indignazione – ci erano sfuggite.

Come per esempio il fatto che il processo è del 1633, ma che la prima ammonizione ufficiale risale al 1616, anno nel quale Galileo comincia a disputare del moto della terra con i colleghi tedeschi (e quindi vicini agli ambienti luterani) e a parlarne con i suoi discepoli. Né l’ammonizione, né il controllo pur costante delle gerarchie religiose fermano Galileo: gli anni dal 1616 al 1633 sono quelli in cui lo scienziato elabora al meglio le sue teorie e applica i suoi metodi alla ricerca. Il controllo non ha quindi significato un soffocamento totale della sua libertà.

Ma non solo. Tutta la sentenza è di fatto una sorta di memoriale dei continui e complessi rapporti tra Galileo e il Sant’Uffizio. La Pratica Galileo, per quanto espressione indubbia di una visione dogmatica del mondo, è un faldone copioso, fatto di denunce, istruttorie, richiami, interrogatori, esami, consulenze teologiche, ammonimenti, testimonianze, dibattiti: dimostra cioè un percorso giuridico estremamente colto e accurato. Tutt’altro che arbitrario. E allora? Nel celebre romanzo Robinson Crusoe di Daniel Defoe Robinson preferisce

«essere consegnato ai selvaggi e mangiato vivo piuttosto che cadere negli artigli spietati dei preti ed essere consegnato all’Inquisizione».

Ha obiettato Adriano Prosperi, uno dei maggiori storici dei nostri giorni, che se Robinson fosse stato un buon lettore di studi storici, oggi preferirebbe affidarsi alle procedure dell’Inquisizione che riterrebbe rigorose, ma senza eccessi, piuttosto che, non dico ai selvaggi antropofagi, ma addirittura a quei tribunali inglesi del medesimo periodo di cui la storiografia recente tende a sottolineare gli arbitrii. E non avrebbe comunque nessun desiderio di finire nelle mani degli sbrigativi tribunali di Salem nel Massachusetts. Per intenderci, erano quelle corti che nel 1692 incarcerarono e misero a morte venti persone tra donne, uomini e bambini accusati di avere avuto intrallazzi con Satana.

In sostanza, sostiene Prosperi, e con lui molti altri studiosi del fenomeno Inquisizione, se guardiamo al passato avendo come punti di riferimento solo la crudeltà, l’arbitrio o la prepotenza, sotto il segno dell’immobile continuità del male, al Tribunale dell’Inquisizione non andrebbe assegnata necessariamente la medaglia del più cattivo. L’intolleranza religiosa applicata violentemente dal potere è un infatti un dato comune a numerosi stati europei e americani dell’Età Moderna. In questo campo sia l’Inquisizione romana che quella spagnola o portoghese mostrano – mediamente – un atteggiamento più moderato, e nei più recenti lavori degli storici, sono descritte non certo come entità demoniache, quanto piuttosto come istituzioni dotate di regole razionali, capaci all’occorrenza di limitare l’uso della tortura o di scoraggiare denunce e delazioni.

E il Grande Inquisitore di Dostoevskij dove lo mettiamo? E del ritratto di Tomás de Torquemada, che avevamo ormai archiviato nella nostra personale pinacoteca dei grandi cattivi della Storia, che ne facciamo? Lo riappendiamo in salotto? Che cosa c’è dietro questo revisionismo dell’Inquisizione?

C’è molto. Tutto un modo di guardare al passato della storia europea è stato rivoluzionato. Prima di tutto è stata accantonata, doverosamente, l’abitudine di guardare a un’istituzione come a una realtà fissa, immutabile, sempre coerente a sé stessa. Nel caso del Sant’Uffizio, o delle Inquisizioni spagnola o portoghese, si è smesso di pensare a loro, dalla nascita e per tutta la loro esistenza, come incarnazioni monolitiche del potere cieco e anti–libertario. Il rischio altrimenti è di guardare alla Storia, a tutta la Storia, come un ininterrotto esercizio di un potere violento e intollerante, sempre identico a se stesso, dalle prime stragi medievali di ebrei alla soluzione finale dei Nazisti.

Ma c’è di più. Se ripeschiamo dal fondo della nostra memoria quello che c’è stato insegnato a scuola sull’Età Moderna (la Francia rivoluzionaria, l’Inghilterra liberale, l’Italia arretrata) troviamo sempre l’idea che il progresso è stato opera della borghesia. Troviamo anche la convinzione che il contrasto tra Riforma protestante e Controriforma cattolica avrebbe da un lato accelerato e dall’altro frenato la spinta rivoluzionaria della classe borghese.

Oggi questa visione un po’ manichea e rigida della storia d’Europa ha subito colpi durissimi; da alcuni è stata negata, da altri attenuata o articolata fino al punto da perdere molta della sua forza. Non vale più l’equazione tra libero pensiero e libertà dei commerci, né tanto meno tra il libero esame della Bibbia, attribuito a Lutero, e sviluppo socioeconomico dell’Europa protestante. Stando così le cose l’Inquisizione, prima strumento principale in mano alla Chiesa e allo Stato, entrambi oscurantisti, per frenare lo sviluppo economico e scientifico di Spagna e Italia, oggi vede la sua importanza legata ad altri fattori, culturali, giuridici, religiosi più che commerciali o economici.

Se ci limitiamo all’Italia, poi, dobbiamo essere consapevoli che gli storici del nostro Risorgimento, da cui deriviamo molto dell’immagine negativa dell’Inquisizione, erano normalmente intrisi di idee liberali e anticlericali. Il modo in cui la nostra nazione si è formata ha fatto sì che si guardasse all’Inquisizione soprattutto come ente che aveva frenato l’unità del paese, mettendo in pratica la volontà di una Chiesa retrograda e sanguinaria. Gli ideali liberali, tuttavia, avrebbero comunque trionfato grazie alla circolazione delle idee e al sacrificio delle vittime dell’Inquisizione, si chiamassero Galileo Galilei, Giordano Bruno o strega ignota. Tutti comunque martiri o protomartiri del libero pensiero.

Che siano stati martiri, nessuno lo nega. Che la loro vicenda personale ci commuova o ci indigni è naturale. Ma contrapporli tutti insieme, a prescindere dalla loro storia particolare e dal contesto in cui si è verificata, a un ente unico e impermeabile, in nome di un’idea di libertà dell’individuo fuori dalla Storia, è un operazione che oggi dobbiamo lasciare da parte.

È chiaro che come in tutte le revisioni c’è chi eccede in senso opposto. In Spagna, additata da sempre come patria dell’Inquisizione più terrificante e crudele, la revisione è stata accompagnata da un sollievo talvolta eccessivo, dovuto all’opportunità di riprendere in positivo un fenomeno sentito come connaturato all’identità nazionale. In qualche caso alla Leggenda nera si è sostituita una Leggenda rosa che lascia effettivamente un po’ perplessi. Così suonano altrettanto stonate alcune prese di posizione cattoliche a favore dell’Inquisizione romana e della sua rivalutazione, come se stessimo parlando di un partito politico attualmente in Parlamento. L’unico rimedio a interpretazioni troppo ideologiche dell’una o dell’altra parte è andare a guardare le fonti. Purtroppo la chiusura dell’archivio del Sant’Uffizio, e la resistenza degli archivi ecclesiastici a rendere accessibili i loro fondi documentari, ha da sempre posto limiti inaccettabili alla ricerca storica, che per altro non hanno certo avvantaggiato l’immagine della Chiesa. Pensate che l’archivio del Sant’Uffizio si è aperto solo nel 1998. E una manciata di anni sono veramente ancora troppo pochi perché gli studi possano dare frutti consistenti. Qualcosa però si comincia a vedere.

«Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era anche Dio […] fece poi Adamo et Eva, et il populo in gran moltitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual moltitudine, non facendo li commendamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crocifisso».

A pronunciare queste parole, circa mezzo secolo prima di Galileo, è stato un mugnaio friulano, Domenico Scandella, detto Menocchio. Il 28 settembre 1583 Menocchio fu denunciato al Sant’Uffizio per aver pronunciato parole ereticali e empissime su Cristo. In seguito a un processo, fu condannato e bruciato in occasione del Giubileo del ‘600. La sua storia, raccontata da Carlo Ginzburg nel libro Il formaggio e i vermi, è tra gli esempi più interessanti di come si possa indagare l’Inquisizione uscendo dalla gioco delle contrapposizioni. Lo si fa cercando tra le carte un mondo nuovo e inesplorato, non quello del potere, ma quello dei gruppi marginali, delle minoranze, delle classi subalterne, della criminalità, della cultura orale e popolare. Come dice Ginzburg:

«Due grandi eventi storici resero possibile un caso come quello di Menocchio: l’invenzione della stampa e la Riforma. La stampa gli diede la possibilità di porre a confronto i libri con la tradizione orale in cui era cresciuto e le parole per sciogliere il groppo di idee e fantasie che avvertiva dentro di sé. La Riforma gli diede l’audacia di comunicare ciò che sentiva al prete del villaggio, ai compaesani, agli inquisitori anche se non poté, come avrebbe voluto, dirle in faccia al papa, ai cardinali, ai principi».

Le carte dei processi aprono quindi la strada a intriganti ricerche su riti, pratiche sociali, folklore, superstizioni e, ovviamente, anche sulla stregoneria. C’è, da dire che proprio nel settore della vituperata caccia alle streghe gli studi sulle Inquisizioni spagnola e romana, hanno consentito di verificare la relativa mitezza dei giudici, in genere abbastanza scettici quando vagliavano le denunce. A paragone di quanto avveniva in area protestante, la persecuzione della stregoneria era in area cattolica molto meno virulenta. Per quanto, come scrisse nel 1546 Francesco Negri (nella Tragedia del libero arbitrio):

«Gli inquisitori sono come quei medesimi manigoldi et carnefici, i quai fanno etiandio beccaria d’huomini et di donne, che essi dicono essere stregoni et streghe, facendogli confessare per forza di crudelissimi tormenti ciò che vogliono, acciò che, o per la liberatione dall’infamia, che gl’hanno posta a dosso, o per la morte, alla quale gl’han fatti condannare, guadagnino almeno parte della robba loro».

Altri studi hanno dimostrato come l’Inquisizione fosse pienamente consapevole del suo compito storico: la definizione e tutela della verità chiusa in un corpo di dottrine religiose, il patrimonio immutabile della fede. Questo ha comportato una prevalenza di tipo gerarchico, all’interno della Chiesa stessa, degli esperti di teologia rispetto alle assemblee conciliari, con la conseguente perdita di potere di queste ultime. L’equilibrio interno dei poteri della chiesa si modificò quindi in maniera drastica: l’Inquisizione controllò in primo luogo soprattutto i membri del clero. San Pio V, papa Pio V, al secolo Michele Ghisleri, fu inquisitore prima a Como e poi a a Roma, dove divenne Commissario Generale dell’Inquisizione, prima di salire nel 1566 sul soglio pontificio. Una carriera certo non casuale.

Ma il controllo fu molto più esteso. Secoli prima dell’Unità d’Italia l’Inquisizione Romana precorse i tempi costituendo una sorta di anagrafe centrale dei colpevoli di tutta la penisola (“rei, complici et indiciati”), in modo da reperire facilmente le informazioni su tutti gli Italiani.

In una situazione di conflitto continuo tra protestantesimo e cattolicesimo, la Congregazione della Sacra Inquisizione doveva vigilare sulla trasmissione delle idee: da qui i sistematici roghi di libri e di uomini e soprattutto un controllo capillare sulle coscienze tramite l’educazione, la confessione e l’incoraggiamento alla delazione.

«Chi ostinatamente non dinunziasse all’ordinario, o al Tribunale della Santissima Inquisizione, gli eretici, e sospetti d’eresia e loro fautori, quelli che proferiscono bestemmie ereticali, gli stregoni, le streghe ed altri simili delinquenti […], incorrerebbe nella scomunica, né potrebbe assolversi da i confessori».

Si tratta di strumenti di incredibile efficacia ideati dal Sant’Uffizio, ma anche rapidamente esportati fuori dai confini del cattolicesimo: gli stati di tutta Europa imparano ben presto l’utilità che derivava dalla distruzione delle memorie e dal dominio della paura sulle idee scomode. L’allargamento del mondo conosciuto, la diffusione della stampa e quindi delle conoscenze, gli effetti della Riforma protestante modificarono e mossero le mentalità collettive e spinsero i governi a forme sempre più efficaci di controllo delle masse, dalla repressione all’educazione, dalla paura alla convinzione delle coscienze. Il risultato fu che, anche se legata per origine al buio ma non tanto oscuro Medioevo, è nell’Età Moderna che l’Inquisizione e l’intolleranza produssero gli effetti peggiori.

Il compito dello storico però non è quello di sottolinearne la malvagità, né di dimenticare le cose disumane perpetrate da quei tribunali: è invece quello di studiare e comprendere un fenomeno passato, che si è evoluto e che è cambiato nel tempo e che ha lasciato eredità con cui dobbiamo fare i conti. Come ha detto Adriano Prosperi:

«Nell’Inquisizione non c’è più niente di demoniaco, tutto appare fin troppo umano, ma non per questo cambia la disumana realtà di una lunga pagina della Storia».

Potrebbero interessarti anche...