23 – i vichinghi: lo sguardo oltre l’orizzonte

Secoli di racconti, derivati dai poemi epici come da cronache, da arazzi come da rune, e rivisitati con accenti romantici in tempi recenti, hanno dipinto l’immaginario comune dell’uomo Vichingo: alto, biondo, barba e capelli lunghi, elmo con le corna e scudo rotondo, carattere rude e spigoloso, ma anche incline alle gioie del cibo e della vita allegra. Un uomo che ama veleggiare su veloci navi dalla testa di drago bordate di scudi, intento a scrutare in continuazione le onde e l’orizzonte, in cerca di ricche prede, monasteri, vascelli nemici e villaggi, ma anche mondi lontani, inesplorati e sconosciuti. Ma quanto c’è di vero in questo quadro?

«In quell’anno arrivarono terribili presagi sulla terra dei Northumbri, infondendo terrore nel popolo nel modo più triste: immense distese di luce percorsero il cielo, e vortici, e feroci draghi volarono nel firmamento. Questi tremendi segni furono presto seguiti da una grande carestia: e dopo non molto, nel sesto giorno prima delle idi di gennaio, la straziante incursione di uomini pagani fece un miserabile scempio della chiesa di Dio nella sacra isola, con rapine e massacri».
È con l’attacco alla abbazia inglese di Lindsfarne nel 793 dopo Cristo – evento qui narrato da un anonimo anglosassone – che tradizionalmente si tende a collocare l’inizio dell’era vichinga, ossia dei due secoli e mezzo circa in cui le coste continentali dell’Europa settentrionale e diverse località mediterranee subirono gli assalti e le violenze degli uomini del nord.
Secoli di racconti, derivati dai poemi epici come da cronache, da arazzi come da rune, e rivisitati con accenti romantici in tempi recenti, hanno dipinto l’immaginario comune del vichingo: alto, biondo, con barba e capelli lunghi, elmo con le corna e scudo rotondo, veleggiante su snelle e veloci navi dalla testa di drago bordate di scudi, intento a scrutare le onde in cerca di ricche prede, monasteri, villaggi ma anche mondi lontani e sconosciuti.
Quanto c’è di vero in questo quadro? Historycast non può certo dirvelo. Nulla in storia è vero in assoluto. Quello che però possiamo fare è guardare a ciò che dicono oggi gli studiosi del mondo vichingo e cercare di capire come quell’immagine terribile e suggestiva si è formata nella nostra testa.
Cominciamo col dire che quello che per l’Europa cristiana fu l’inizio, non coincide per nulla con il punto di partenza di una cultura e di una civiltà che affonda le sue origini molto più indietro nel tempo. Gli studi più recenti infatti, emersi in buona parte dai ritrovamenti archeologici effettuati durante la costruzione di un oleodotto attraverso 800 km di suolo danese, tendono a individuare il momento della svolta per il mondo scandinavo nel I secolo della nostra era, ossia più di 780 anni prima del sacco di Lindsfarne.
In particolare si punta il dito sulla battaglia della foresta di Teutoburg del 9 dopo Cristo. In questa vasta selva, ora patrimonio di due parchi naturali, i Romani subirono la prima cocente sconfitta ad opera di una compagine di tribù germaniche, perdendo ben tre legioni sotto il comando di Publio Quintilio Varo. La sconfitta fu talmente dura da digerire, che i Romani aspettarono altri 6 anni prima di penetrare di nuovo nella foresta per seppellire ed onorare i propri morti e poi comunque tornare ad assestarsi a occidente del Reno.
Ma cosa c’entra questo con i Vichinghi, direte voi? C’entra perché i siti scandinavi del I secolo dopo Cristo e di poco posteriori continuano a restituire reperti preziosi di fattura romana. Nella tomba di Hoby on Lolland, in Danimarca, fu sepolto nei primi decenni della nostra era un comandante militare locale insieme a un ricco corredo, per metà nordico ma per l’atra metà romano. Il suo ultimo viaggio fu accompagnato, in particolare, da un set completo di vasellame da tavola romano, comprese due coppe d’argento decorate finemente con scene dell’Iliade e fabbricate a Capua da argentieri greci, che vi incisero anche il nome di Silius, comandante supremo dell’esercito romano nella bassa Germania tra il 14 e il 21 d.C.
Il fatto che il servizio sia completo e non mostri segni di danneggiamento fa ragionevolmente pensare che si trattasse di un dono, un dono importante, fatto da un comandante in capo (Silio) a un capo guerriero, operativo molto oltre il confine del Reno. […]

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