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03/12/2009

slaves

---analisi critica della schiavitù---


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slaves

“In campagna, a poca distanza da noi c’era un piantatore che qui chiamerò il signor Litch. Era un uomo rozzo e ignorante, ma molto ricco. Possedeva seicento schiavi, molti dei quali non li sapeva neppure riconoscere. La sua grande piantagione era amministrata da sorveglianti ben pagati. C’era una prigione e una postazione per frustrare gli schiavi e tutte le atrocità che vi erano commesse passavano sotto silenzio. Era talmente protetto dalla ricchezza da non essere accusato di alcun crimine, neanche di omicidio”.

Il brano che avete appena sentito è tratto dalla autobiografia di Harriet Ann Jacobs, una schiava mulatta nata all’inizio dell’Ottocento nel North Carolina. Fuggita dalla schiavitù quasi trentenne, dopo aver subito per lungo tempo abusi sessuali da parte dei suo padrone James Norcom, Harriet pubblicò la storia della sua vita nel 1861, poche settimane prima che scoppiasse la guerra civile tra il sud latifondista e schiavista e il nord industriale e operaio. Le sue memorie furono distribuite ai soldati nordisti perché meglio comprendessero per quale motivo avevano imbracciato il fucile e Harriet impiegò il resto della sua vita a lottare per i diritti dei suoi figli e per la condizione degli afro-americani.

Raccontata così, in poche righe, questa vicenda sembra veramente una sintesi perfetta della storia della schiavitù in America. Piantagioni sterminate, schiavisti crudeli, violenza negli stati del sud, fuga, guerra e infine libertà al Nord. Un'immane tragedia che appare tuttavia riscattata sia dal coraggio personale della vittima, Harriet, sia dalla più complessa scelta strategica e militare di una parte della popolazione americana, che si riconobbe in un sistema di produzione e di pensiero opposto all'altra parte.

Ma si può raccontare veramente così questa storia? Come è abitudine di Historycast la risposta è: si e no.

Anche se la vita di Harriet è stata considerata per anni non attendibile dagli storici, oggi – al contrario – la si valuta come una fonte estremamente preziosa e valida, specialmente se unita al ricco epistolario dell’autrice. Ma è anche vero che la lettura che fa Harriet dello schiavismo non è l’unica possibile e, no, non possiamo certo raccontarla come una lotta tra Cattivi e Buoni.

Il fenomeno della tratta degli schiavi dall'Africa al Nuovo Mondo, dalle origini fino all'abolizione della schiavitù, è infatti tutt'altro che semplice da raccontare. Nero e bianco non si distinguono così nettamente come si poteva fare con schiavi e padroni dal solo colore della pelle. Partiamo allora dal nero, ossia dall'Africa.

La prima domanda a cui non è possibile dare una risposta definitiva è infatti “perché l'Africa?” Le risposte fornite in passato sul fatto che i neri mostrassero un minor tasso di mortalità rispetto alle popolazioni del Nuovo Mondo o una maggiore resistenza fisica degli Europei alle malattie tropicali, sono veritiere, ma non sembrano sufficienti a spiegare in maniera univoca la scelta. L’altra ragione indicata è ovviamente quella economica. Dopo la scoperta e la conquista delle Americhe, gli spagnoli si trovarono di fronte al problema della manodopera necessaria alla colonizzazione, che risolsero imponendo il lavoro coatto agli indigeni. Il trattamento si tradusse in uno sterminio di dimensioni apocalittiche, il che diede il via alla tratta.

I primi fornitori di schiavi neri alle colonie spagnole furono i portoghesi, poi soppiantati da olandesi, francesi e inglesi. Tra Sei e Settecento, quando il fenomeno esplose su grande scala, costoro facevano affari d’oro comperando nelle Indie Occidentali la canna da zucchero o la melassa che, trasportate nei porti nordisti, venivano trasformate in rum. Da qui le navi ripartivano cariche di liquore alla volta dell’Africa, dove il liquore veniva scambiato con schiavi che venivano poi sbarcati nei porti del Centro-Sud America. A questo triangolo, che aveva il pregio di mantenere la tratta quasi invisibile per i porti del nord, se ne affiancava un secondo che scambiava gli schiavi con il cotone e il cotone, arrivato in Europa, con bigiotteria e merci varie destinate a sedurre le tribù africane. Quindi Africa perché bacino di merce umana di buona qualità e a prezzo stracciato. Ma è vero?

“Molti abitanti della Guinea e altri negri furono catturati con la violenza, mentre altri erano ottenuti con lo scambio di articoli non proibiti, o con altri contratti legali d'acquisto, e furono mandati nel regno suddetto. Di questi un gran numero è stato convertito alla Fede Cattolica [..]. Perciò noi, […], poiché abbiamo concesso [...], piena e completa facoltà al re Alfonso di invadere, ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo, ovunque essi vivano, [...] e di gettarli in schiavitù perpetua [...], garantiamo che le persone summenzionate [...] possano [..] comprare e vendere ogni e qualsiasi oggetto, merce e vettovaglia, secondo come riterranno conveniente [...] in ognuna delle suddette regioni.”

Avete sentito la prima benedizione papale alla schiavitù, operata da Niccolò V nella famosa bolla Romanus Pontifex del 1454, che concesse al sovrano portoghese, tra le altre cose, anche pieno potere sui pagani d’Africa sottomessi in seguito all’occupazione o in virtù di acquisti commerciali.

Quando i vascelli portoghesi cominciarono a caricare schiavi dalle coste dell’Africa Occidentale, l’Europa cristiana conosceva e sosteneva da tempo diverse forme di schiavismo, approvava e praticava largamente il commercio degli schiavi provenienti soprattutto dall'Africa settentrionale e dall’Europa dell’est. A fronte di quest'uso diffuso, ci sono studiosi che, addirittura, si sono chiesti se altre strade potevano essere percorse rispetto alla tratta atlantica. Si sono chiesti, cioè, se l’Europa avrebbe potuto essa stessa fornire propri schiavi al nuovo mondo e creare così una specie di tratta bianca. Secondo queste analisi una simile scelta poteva risultare addirittura economicamente più redditizia rispetto all’opzione africana.

I triangoli sopra descritti disegnano inoltre una geometria dai contorni non del tutto chiari. In primo luogo perché la cifra totale degli schiavi che hanno lasciato il Continente Nero lungo i secoli è molto incerta e non esistono documenti che ci permettono di quantificarla. Indubbiamente l’Africa perse milioni di persone, oltretutto le più giovani e forti, e quindi interi sistemi economico-sociali furono distrutti dalle razzie. Ma ci furono anche ambiti che, al contrario, vissero un periodo di rapido sviluppo e ottennero grandissimi benefici sul piano economico proprio a causa della tratta.

Dato che gli Europei non riuscirono ad istituire nel campo un vero monopolio duraturo, la loro concorrenza reciproca andò spesso a favore dei poteri africani che riuscivano invece a concentrare l’offerta di prigionieri e che divennero così – di fatto – i padroni degli scambi per tutta la storia della tratta. Protagonisti, quindi, e non vittime del circuito. Non furono costretti a parteciparvi né la sostennero perché poco civilizzati o incantati dalla paccottiglia. Al contrario, la tratta degli schiavi fu favorita in Africa dal fatto che mancava tra la popolazione un sentimento di appartenenza a una stessa comunità, mentre vi fiorivano le barriere etniche e la schiavitù era un’istituzione dalle antiche e solidissime radici.

Ma prendiamo anche noi un cargo e salpiamo verso il nuovo mondo: qui approdiamo, nove volte su dieci, in un paese ricco di piantagioni.

La tratta attraverso l’Atlantico prese infatti slancio solo nel momento in cui in America si sviluppò il sistema della piantagione, fossero queste di zucchero, cotone, cacao o caffè. Un sistema che – in sintesi – prevedeva larghe estensioni di terreno dedicate a coltivazioni specializzate; una manodopera forzata che doveva essere periodicamente rimpolpata da nuovi apporti; e una giurisdizione quasi feudale del proprietario sui suoi lavoranti.

Si pensa comunemente che il sistema delle piantagioni fosse il solo capace di garantire la valorizzazione delle Americhe in quel periodo. In realtà la storia appare molto più complessa e varia. Altri sistemi videro la luce nell’America del sud e nei Caraibi e il successo della piantagione con manodopera servile si determinò molto probabilmente non perché l’unico possibile, ma in conseguenza di abitudini, opportunità e scelte più o meno pratiche e contingenti.

Se si guarda poi agli stati schiavisti del nord America, quelli di Via col Vento, per intenderci, non siamo in grado di dire quanto il sistema delle piantagioni costituisse effettivamente la soluzione più redditizia o funzionale. Già all’epoca gli esperti di economia guardavano al fenomeno con fondato sospetto: gli schiavi erano normalmente – e per ottime ragioni – lavoratori poco motivati, svogliati, pronti alla fuga o a dichiararsi malati. Lo schiavo rappresentava un capitale investito, e quindi la sua morte o il suo deperimento costituivano una perdita grave, spesso irreparabile.

Vi era poi il problema del mantenimento, che solo se adeguato poteva garantire una presenza sul lavoro attiva ed efficace. Gli stessi sudisti guardavano con timore all’ingigantire della schiavitù sul loro suolo, perché temevano il giorno in cui avrebbero finito per trovarsi “schiavi della schiavitù”. E, paradossalmente, fu proprio la Virginia il primo stato a proibire per legge il commercio degli schiavi.

Siamo inoltre facilmente portati a condannare in blocco i proprietari delle piantagioni come carnefici, ma se guardiamo alle testimonianze degli stessi schiavi la realtà doveva essere molto più variegata. In Louisiana non si lavorava la domenica. In Virginia e altrove si lasciava agli schiavi completa vacanza da Natale a Capodanno. In alcune piantagioni si potevano formare famiglie, in altre gli schiavi partivano soli il sabato sera per andare a trovare le proprie mogli. In altre ancora erano lasciati liberi la sera del venerdì sino al lunedì mattina. Gli orari di lavoro non erano quindi né migliori né peggiori di quelli praticati in media dal bracciantato agricolo di quei tempi.

L’opinione pubblica del Sud giudicava severamente chi era crudele o anche solo duro con gli schiavi e numerose sono le testimonianze del fatto che i peggiori proprietari fossero sovente gli affaristi yankees quando si trasferivano nel sud. Costoro assoggettavano gli schiavi a uno sfruttamento implacabile e in genere dopo due tre anni abbandonavano l’impresa, disperando di non poter mai cavare dal lavoro servile quello che potevano trarre dai loro salariati al Nord.

E quindi? Nessuno vuole spezzare una lancia in favore della schiavitù, ovviamente, che è umanamente ripugnante. È il caso però di tornare indietro su qualche luogo comune. Il triangolo dello schiavismo era indubbiamente una miniera d’oro, ma a guadagnarci di più non era certo l’economia degli stati-piantagione. Anche gli yankees trovarono il modo di approfittare del fenomeno: seguirono infatti l’esempio degli Europei realizzando profitti colossali. I puritani della Nuova Inghilterra presero la schiavitù e la tratta con serietà, come una delle speciali benedizioni riservate da Dio ai suoi eletti.

Dobbiamo inoltre considerare che guardando ai soli dati materiali la condizione degli schiavi era nel suo complesso assai meno crudele di quella dei lavoratori liberi d’Europa come ci è descritta, ad esempio, da Friedrich Engels nelle “Condizioni della classe operaia in Inghilterra”, o da Rodolfo Morandi nella sua “Storia della grande industria italiana”, e certamente meno dura di quella che ancora per anni sarebbe esistita nelle campagne italiane.

“Non sono, e non sono mai stato, favorevole ad una qualsiasi realizzazione della parità sociale e politica della razza bianca e nera; esiste una differenza fisica tra la razza bianca e nera che credo impedirà per sempre alle due razze una convivenza in termini di parità sociale e politica. E poiché esse non possono convivere in questa maniera, finché rimangono assieme ci dovrà essere la posizione superiore e inferiore, ed io, al pari di chiunque altro, sono favorevole a che la posizione superiore venga assegnata alla razza bianca.”

Credo che pochi siano capaci di dare nome e cognome a queste parole che oggi potremmo con tranquillità attribuire a un bianco razzista. Ma stiamo parlando del sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d'America, colui che pose fine alla schiavitù, prima con la Proclamazione dell'Emancipazione del 1863, che liberò gli schiavi negli Stati ribelli all'Unione, e poi con la ratifica del Tredicesimo Emendamento della Costituzione Americana, con il quale nel 1865 la schiavitù venne abolita in tutti gli Stati Uniti.

Abrahm Lincoln era quindi un convinto sostenitore dell'inferiorità dei neri? L'affermazione ci sconvolge solo perché una parte della storiografia del secolo scorso (e soprattutto la propaganda politica americana del Novecento) ha cercato di diffondere un ritratto sostanzialmente agiografico del Presidente, eroe positivo e buono, che avrebbe incarnato tutti valori fondanti della nazione: libertà, uguaglianza, unità, indipendenza.

Effettivamente Lincoln rappresentò davvero una parte rilevante degli ideali dell'epoca, ideali che però condannavano la schiavitù solo sul piano morale, mentre la accettavano in pieno sul piano pratico o politico o strategico. Ideali che non erano minimamente in contrasto con la radicata opinione che esistesse una gerarchia di importanza e di valore ben chiara tra bianchi e neri.

La strategia politica di Lincoln sulla schiavitù non fu improntata ai sentimenti umanitari che avevano già ispirato i capi della Rivoluzione, come Washington o Jefferson, o quelli che animavano le associazioni abolizioniste dell’epoca, quanto fu invece finalizzata, con grande senso pratico, alla risoluzione del conflitto con gli stati ribelli del Sud.

“Se potessi salvare l'Unione senza liberare nessun schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio a riguardo della schiavitù, o della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l'Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l'Unione.”

Ecco perché la Proclamazione dell'Emancipazione, voluta da Lincoln, non liberò formalmente tutti gli schiavi, ma solo quelli degli stati confederati che non erano ancora tornati sotto il controllo dell'Unione: perché intendeva indebolire il nemico senza toccare gli interessi degli stati sottomessi. Quindi la schiavitù venne tollerata, per un incredibile paradosso, negli Stati non ribelli, cioè negli stati che si trovavano in guerra contro il Sud in nome della liberazione degli schiavi.

Non a caso la fine della Guerra di Secessione non risolse i problemi dei neri d'America. Al contrario. Oltre quattro milioni di afroamericani liberati e i loro discendenti mantennero a lungo una fortissima inferiorità di base, data dalla mancanza di una qualsiasi esperienza di vita pubblica, dall'analfabetismo, dalla povertà, dall'emarginazione, quanto più forte nel momento in cui negli States sbarcavano quotidianamente centinaia di immigrati agguerriti provenienti da gruppi etnici disparati. A mala pena tollerati dalla classe medio-alta del nord, gli ex schiavi erano letteralmente odiati non solo dagli antichi padroni, ma soprattutto dal proletariato bianco, dai sindacati e dagli immigrati perché considerati pericolosi concorrenti sul mercato del lavoro.

La fine delle catene non significò quindi autentica libertà, nemmeno quella di far sentire la propria voce. Ritornando alla vicenda di Harriet, la schiava fuggiasca divenuta leader abolizionista e scrittrice, abbiamo detto che per lungo tempo la sua storia non venne creduta. Ed è vero.

La prima delle slave narratives, o autobiografie di schiavi, di cui si abbia notizia è quella pubblicata da John Saffin, Adam Negro’s Tryall, nel 1703; l’ultima  venne scritta da George Washington Carver, nel 1944. Tra le due storie passarono circa due secoli e mezzo, un lungo periodo in cui uscirono quasi sessantamila autobiografie, che gli storici in buona parte ignorarono, bollandole come inattendibili.

La storia della schiavitù venne quindi scritta, fino alla seconda metà del Novecento, senza tener conto del racconto delle esperienze degli stessi schiavi, del loro punto di vista su di sé e sui loro padroni. Non stiamo parlando di studiosi incapaci. Al contrario, nella maggior parte dei casi – come ad esempio per Ulrich Phillips, riconosciuto per lungo tempo come il maggiore studioso della schiavitù – ci troviamo di fronte a ricercatori accurati, attenti, rigorosi e dalla solida formazione accademica, ma assolutamente razzisti. Il loro non era il razzismo dell'odio sociale ed economico, quello feroce alimentato dall'emarginazione e dall'ignoranza; era invece il razzismo paternalista e indulgente degli intellettuali bianchi verso un popolo considerato infantile e irresponsabile, nel peggiore dei casi biologicamente inferiore, nel migliore culturalmente arretrato.

Questa linea di pensiero ebbe un immediato successo e dilagò sui manuali scolastici americani tra Otto e Novecento, perché si sposava alla perfezione con la visione che gli stessi statunitensi bianchi avevano elaborato di sé, della loro storia. È la famosa “teoria della frontiera”, ossia l'idea che la democrazia e la potenza americana nascesse proprio dalla particolare condizione in cui si erano trovati i costruttori della Nazione, conquistatori e civilizzatori dell'Ovest selvaggio.

Era una teoria che si alimentava direttamente all'idea, largamente diffusa anche in Europa, che esistesse una naturale selezione naturale tra le razze e che la razza bianca fosse destinata a farsi carico, in forza della sua superiorità, di portare la civiltà là dove questa non era presente e di sottomettere, e poi istruire, coloro che vivevano in uno stadio più basso nel progresso della civiltà umana. Fossero questi nativi americani o schiavi africani. In questa visione cosa mai poteva dire di valido il racconto di una giovane schiava nera fuggiasca?

Perché la sua voce, le loro voci, le voci delle minoranze potessero venire alla luce ci vollero i grandi mutamenti di opinione degli anni Sessanta e con essi la critica alla White Man's History, alla storia fatta e raccontata dall'uomo bianco. Furono mutamenti che portarono ovviamente a nuove interpretazioni e quindi anche a nuove distorsioni, nuovi eccessi. Ma questo è materia per tutta un'altra storia.

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