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29/04/2010

Ipazia/Agorà

agora

Ipazia, o del rischio di voler stare dalla parte della Verità
(di Luigi Canetti)
Mi sono appena visto "Agorà", il film sulla vicenda di Ipazia. Mi è costato un certo sforzo digestivo, anche per evitare il pregiudizio di mestiere, cioè quello di veder confermati i più ovvi pregiudizi sulla probabile forzatura ideologica di una vicenda che da almeno quindici secoli alimenta il fuoco delle polemiche tra fautori e nemici del cristianesimo.
Ci sono indubbiamente moltissime forzature rispetto alle fonti, che già di per sé sono scarse e di ardua interpretazione. Si indulge alla estremizzazione dei ruoli e dei personaggi, al limite della caricatura. Sinesio era un filosofo neoplatonico assai tollerante, dotato anche di una certa ironia (scherzava, fra l’altro, sulla propria calvizie), che a un certo punto fu fatto vescovo di Cirene: qui invece sembra Brad Bitt a vent’anni mascherato da guerriero di una ignota galassia (tipo “la forza sia con te”). A una Ipazia dall’improbabile facies magiara vengono fatte indossare le vesti anacronistiche di una sorta di Keplero ante litteram; era invece una filosofa-scienziata nel senso antico e neoplatonico, animatrice di un circolo dai tratti esoterici e soteriologici, probabilmente dedito alla teurgia. Cirillo, certo un uomo dal temperamento violento e vendicativo, ma anche un teologo raffinatissimo capace di evocare con espressioni sublimi l’amore umano e divino, viene qui trasformato nel rozzo capofila di una schiera di fanatici Talebani sempre vogliosi di menare le mani, non a caso rapati a zero e dotati di turbante (fra l’altro si chiamavano “parabalani”, cioè barellieri, non “parabolani”, come viene stucchevolmente ripetuto durante tutto il film: forse i traduttori o i doppiatori italiani pensavano alle “parabole” nel senso evangelico o magari balistico o addirittura euclideo). Belli e suggestivi i costumi e gli ambienti (strepitosa la ricostruzione del Serapeion, che effettivamente venne distrutto più o meno in quel modo nel 391, come narra lo storico della chiesa Rufino, che però non ci parla del rogo della biblioteca, che frequentavano invece gli stessi cristiani).
Nel complesso, insomma, un’operazione dalle buone intenzioni, che però rischia di far passare un messaggio troppo schematico, e infine consolatorio: l’inevitabile intolleranza, e la violenza omicida, insita nei monoteismi e in tutti i loro fautori. Una maggior consapevolezza critica e storica dovrebbe invece spingerci a riflettere sul fatto che anche noi, oggi, siamo tutt’altro che vaccinati rispetto a simili atrocità: non è lecito compiacersi della nostra tolleranza o indulgere alle sorti progressive della nostra scienza. I Talebani, anzi, i parabalani, sono sempre in agguato: dentro di noi e intorno a noi, fra le torri merlate e le mura protette delle nostre città. Non facciamo di Ipazia quello che non poteva essere, e non facciamo dei suoi uccisori l’incarnazione del male assoluto. Vediamo, invece, nel tragico esito di quegli eventi, un monito alla ricerca continua (e mai esauribile) di una verità dialogica, autocritica e mai autoritaria, consapevole della propria forza ma anche dei propri limiti.

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Commento di

jellybirds

del 18-06-2010 alle 09:53:

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Lafuria

del 01-05-2010 alle 16:50:

Le considerazioni di Luigi sono dottissime e corrette: dal punto di vista storico-scientifico non posso che condividerle. Credo tuttavia che ci si debba anche interrogare sulla necessità che uno strumento di comunicazione di massa come un film possa rispondere a criteri diversi, non necessariamente così filologici. Nel caso di Agorà ci troviamo di fronte a un regista che ha voluto, con il suo film, ricordare al mondo qualcosa di dimenticato, sollevare cioè dall'oblio non solo della storia ma anche della coscienza un nostro passato fatto di feroce intolleranza, di violenza e di oscurantismo. Troppi oggi confondono più o meno consapevolmente la "democrazia" e le libertà occidentali con il cristianesimo, riconoscendo a quest'ultimo una sorta di primogenitura e dimenticando il nostro passato "talebano". Il film ha voluto scuotere questo autocompiacimento occidentale e l'ha fatto utilizzando un linguaggio a volte estremo e provocatorio, certamente non filologico (ma è un film) il cui solo obiettivo era probabilmente incrinare lo specchio, scuotere le nostre coscienze e far sorgere dei dubbi sulla presunta "superiorità" originaria del cristianesimo. Ognuno poi può accogliere la provocazione, confrontarsi con la complessità per saperne di più e andare oltre!


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Nimue

del 29-04-2010 alle 15:18:

Recensione utilissima per capire meglio la storia e il film stesso con conclusione che sottoscrivo in tutto e per tutto. Devo dire tuttavia da profana che se in Agorà i monoteismi fanno la figura del "male assoluto", con eccessiva caricatura dei personaggi (di cui Sinesio e Cirillo sono esempi lampanti), il paganesimo non mi è sembrato presentato come positivo e tollerante tout court. Teone, per esempio, ne esce piuttosto male. Prima fa frustare uno schiavo colpevole di aver dichiarato la propria fede, adducendo a giustificazione il fatto che nel pomeriggio ha visto il folle Ammonio buttare nel fuoco un sostenitore del paganesimo, poi appoggia senza troppo riflettere la richiesta di farla pagare ai cristiani, colpevoli di aver occupato l'agorà. Interessante è anche il modo in cui il regista rappresenta la "religione degli schiavi" nella figura (anche questa un po' folle e sicuramente caricata) di Davo: il modo in cui riesce ad attecchire e a diffondersi tra i più poveri portando con sé il "risentimento" contro gli antichi "padroni", spesso, in effetti, più che giustificato. In ogni caso le circa due e mezzo di film scorrono benissimo, e in alcuni punti il racconto è davvero emozionante. Insomma, un bel film (e si vede che il regista non è il solito americano...), reso ancora più interessante da questa recensione.