29/04/2010
Ipazia/Agorà
Ci sono indubbiamente moltissime forzature rispetto alle fonti, che già di per sé sono scarse e di ardua interpretazione. Si indulge alla estremizzazione dei ruoli e dei personaggi, al limite della caricatura. Sinesio era un filosofo neoplatonico assai tollerante, dotato anche di una certa ironia (scherzava, fra l’altro, sulla propria calvizie), che a un certo punto fu fatto vescovo di Cirene: qui invece sembra Brad Bitt a vent’anni mascherato da guerriero di una ignota galassia (tipo “la forza sia con te”). A una Ipazia dall’improbabile facies magiara vengono fatte indossare le vesti anacronistiche di una sorta di Keplero ante litteram; era invece una filosofa-scienziata nel senso antico e neoplatonico, animatrice di un circolo dai tratti esoterici e soteriologici, probabilmente dedito alla teurgia. Cirillo, certo un uomo dal temperamento violento e vendicativo, ma anche un teologo raffinatissimo capace di evocare con espressioni sublimi l’amore umano e divino, viene qui trasformato nel rozzo capofila di una schiera di fanatici Talebani sempre vogliosi di menare le mani, non a caso rapati a zero e dotati di turbante (fra l’altro si chiamavano “parabalani”, cioè barellieri, non “parabolani”, come viene stucchevolmente ripetuto durante tutto il film: forse i traduttori o i doppiatori italiani pensavano alle “parabole” nel senso evangelico o magari balistico o addirittura euclideo). Belli e suggestivi i costumi e gli ambienti (strepitosa la ricostruzione del Serapeion, che effettivamente venne distrutto più o meno in quel modo nel 391, come narra lo storico della chiesa Rufino, che però non ci parla del rogo della biblioteca, che frequentavano invece gli stessi cristiani).
Nel complesso, insomma, un’operazione dalle buone intenzioni, che però rischia di far passare un messaggio troppo schematico, e infine consolatorio: l’inevitabile intolleranza, e la violenza omicida, insita nei monoteismi e in tutti i loro fautori. Una maggior consapevolezza critica e storica dovrebbe invece spingerci a riflettere sul fatto che anche noi, oggi, siamo tutt’altro che vaccinati rispetto a simili atrocità: non è lecito compiacersi della nostra tolleranza o indulgere alle sorti progressive della nostra scienza. I Talebani, anzi, i parabalani, sono sempre in agguato: dentro di noi e intorno a noi, fra le torri merlate e le mura protette delle nostre città. Non facciamo di Ipazia quello che non poteva essere, e non facciamo dei suoi uccisori l’incarnazione del male assoluto. Vediamo, invece, nel tragico esito di quegli eventi, un monito alla ricerca continua (e mai esauribile) di una verità dialogica, autocritica e mai autoritaria, consapevole della propria forza ma anche dei propri limiti.







Commento di
jellybirds
del 18-06-2010 alle 09:53:
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